17/05/2012

PENTECOSTE “B”

PENTECOSTE “B

 

L’IRRUZIONE DELLO SPIRITO SANTO

 

«Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità …» (Gv 16,3)

 

RITI DI INTRODUZIONE

 

Prima della Celebrazione:

M.     Fratelli e sorelle, la prima Pentecoste cristiana, che ebbe luogo cinquanta giorni dopo la Risurrezione di Cristo, fu un avvenimento decisivo per la Chiesa: è da quel giorno che data il suo inizio, sotto l’azione dello Spirito Santo. La Pentecoste è il compimento pieno della Pasqua. Segna l’irruzione dello Spirito Santo promesso dai Profeti e trasmesso da Gesù. Segna la svolta dell’umanità: una nuova creazione. La storia è animata, abitata dallo Spirito che crea la comunione di persone, di popoli, di razze nel rispetto della loro diversità. Lo Spirito Santo spinge gli uomini ad essere “convivialità delle differenze” e la Chiesa è chiamata ad esserne il segno e la profezia.

Come una ventata d’aria fresca in un luogo chiuso e stantio... Come un fuoco che si accende repentino in una stanza da tempo fredda... Come un rombo impetuoso che scuote dal sonno gli abitanti di una casa... così scenda su di noi lo Spirito del Signore. E in questa festa di Pentecoste ognuno di noi ritrovi entusiasmo e coraggio: lo Spirito spazzi via le paure che ci paralizzano, i sospetti che ci dividono, le congetture che mortificano ogni slancio.

 

Accoglienza:

P.      Lo Spirito del Signore riempie l’universo: con grande gioia, fratelli e sorelle, lasciamo che il fuoco della Pentecoste irrompa nei nostri cuori, ci liberi dalla paura e ci doni la forza per essere testimoni della risurrezione.

 

Introduzione all’Atto Penitenziale:

P.      Signore, nostro Dio, molte volte noi abbiamo seguito strade diverse da quelle che il tuo Spirito ci tracciava. Molte volte ci siamo lasciati guidare da desideri e atteggiamenti contrari allo Spirito. E ora ci ritroviamo davanti a te, poveri e smarriti. Accogli la confessione dei nostri peccati.

 

Invocazioni penitenziali:

P.      Signore Gesù, anche noi ci siamo lasciati catturare dagli idoli: abbiamo sacrificato la nostra vita al denaro, o al successo, o al lavoro. Perdonaci, e cambia il nostro cuore. Abbi pietà di noi! Signore, pietà!

 

P.      Cristo Gesù, anche noi ci siamo lasciati prendere dalle contese: abbiamo voluto prevalere, vincere, e talvolta umiliare chi era più debole. Perdonaci, e cambia il nostro modo di giudicare e valutare. Abbi pietà di noi! Cristo, pietà!

 

P.      Signore Gesù, anche noi ci siamo lasciati tentare dal desiderio di tranquillità: ci siamo ripiegati su noi stessi, sulle nostre piccole sofferenze, sulle nostre angustie. Perdonaci, e cambia i nostri occhi perché ci accorgiamo degli altri e di te. Abbi pietà di noi! Signore, pietà!

 

Conclusione dell’atto penitenziale:

P.      Solo il tuo Spirito, o Dio, può guarire le ferite che il male ha provocato nella nostra vita. Solo il tuo Spirito può ridarci la giovinezza del cuore. Solo il tuo Spirito può dipanare la nebbia che talora avvolge la nostra esistenza. Donaci il tuo Spirito di misericordia e allora conosceremo la tua gioia e la tua pace. Per Cristo nostro Signore. Amen.

 

LITURGIA DELLA PAROLA

 

Prima Lettura (At 2,1-11):

M.     L’antica festa agricola rievocava, nel popolo ebraico, l’alleanza del Sinai mediante la legge. Per noi cristiani rievoca e celebra l’alleanza di Dio nello Spirito. L’effusione dello Spirito Santo realizza quanto promesso da Gesù ai discepoli. L’annuncio del Vangelo è destinato a tutti i popoli e ricompone l’umanità dispersa nell’unica famiglia di Dio.

 

Salmo Responsoriale (Sal 103,1.24.29-31.34):

M.     Sotto il soffio dello Spirito Santo scaturiscono a profusione i doni del Signore per gli uomini: Con gli Apostoli, con la Chiesa, con tutto l’universo cantiamo le meraviglie di Dio.

 

Seconda Lettura (1Cor 12,3-13):

M.     Libertà e amore: ecco cosa produce l’azione dello Spirito nella vita dei cristiani. Essi non possono contare solo sulle proprie forze per vivere un’autentica sequela del Cristo. Solo se rivestiti del suo Spirito, porteranno frutti d’amore che li faranno vivere in armonia con se stessi, con Dio e con i fratelli.

 

Vangelo (Gv 20,19-23):

M.     Lo Spirito ha il compito di ricordare Gesù, di renderlo presente, ma anche di completarlo. Egli spinge la Chiesa e gli uomini a camminare continuamente verso la verità. Le parole di Gesù nella Chiesa risuonano inondate dallo Spirito che ce le rende vive e penetranti. La nostra testimonianza è ancorata alla luce che il Consolatore ci dona per comprendere tutta la verità e lo splendore dell’amore di Dio.

 

Preghiera dei Fedeli:

P.        Fratelli e sorelle, il dono dello Spirito a Pentecoste ridesta in noi la gioia e la speranza, dilata con la sua po­tenza i confini del nostro cuore e ci fa partecipi delle attese, delle speran­ze di tutta l’umanità.

 

Intenzioni per la preghiera dei fedeli:

M.     Presentiamo le nostre preghiere e ravviviamo la nostra fede: «Manda il tuo Spirito, Signore!»

 

1.      Manda il tuo Spirito e ridesta le Chiese che si sono adagiate nel compromesso e hanno dimenticato il fervore di un tempo. Scuoti le coscienze perché reagiscano alla pigrizia: colgano le sfide della nostra epoca e cerchino luce nel tuo Vangelo. Preghiamo...

 

2.      Manda il tuo Spirito e riporta la pace tra i popoli che da troppo tempo sono dilaniati dalla guerra, distrutti dall’odio tra fazioni ed etnie. Non permettere che continui troppo a lungo la sofferenza. Preghiamo...

 

3.      Manda il tuo Spirito e infondi nei governanti una saggezza piena di audacia. Rispettino e salvaguardino la dignità di ogni creatura. Preghiamo...

 

4.      Manda il tuo Spirito e spazza via dalle famiglie tutto ciò che impedisce di vivere bene insieme. Fa' tornare il dialogo là dove la riconciliazione sembra impossibile. Preghiamo...

 

5.      Manda il tuo Spirito e arricchisci i gruppi giovanili di un nuovo slancio verso te e verso i fratelli più disagiati. Preghiamo...

 

6.      Vieni, o Santo Spirito! Noi ti chiamiamo, in unione con la Vergine Maria. Discendi su di noi come sugli Apostoli. Rafforza la nostra fede. Ravviva la nostra speranza. Rendici coraggiosi nell'annuncio del Vangelo di Cristo. Ricolmaci della tua luce e della tua forza, e guidaci verso i beni eterni, ti preghiamo...

 

Orazione Conclusiva:

P.      Signore, il tuo Spirito ha messo sulle nostre labbra queste intenzioni che ti offriamo, fiduciosi di trovare ascolto. Insegnaci a confidare nella tua benevolenza perché in ciò che vorrai donarci sappiamo sempre riconoscere le grandi opere che compi per noi. Sii benedetto, nei secoli dei secoli. Amen.

 

LITURGIA EUCARISTICA

 

Al Padre nostro:

P.      Noi non sapremmo come rivolgerci a te, se il tuo Spirito non riscaldasse i nostri cuori e guidasse le nostre labbra... Sostenuti dal tuo Spirito, insieme ti diciamo: Padre nostro...

 

Al Gesto di Pace:

P.      La gente diceva dei primi cristiani: «guardate come si amano». Se la gente d’oggi non dice la stessa cosa di noi è perché in noi è diminuita la presenza dello Spirito Santo per nostra colpa. Prendiamo nuovo impegno oggi per togliere questa grinza che sfigura il nostro volto interiore e sentiamoci davvero amati da Dio e amici gli uni degli altri. Scambiamoci questa solenne promessa con il bacio santo della pace!

 

Alla Comunione:

P.      È il momento di sederci alla stessa mensa e di sentirci comunità di Cristo che si lascia guidare dal suo Spirito. Preghiamo perché lo Spirito ci porti ad essere sempre più uniti e solidali. Beati gli invitati alla Cena del Signore! Ecco l’Agnello di Dio …

 

RITI DI CONCLUSIONE

 

Preghiera dopo la Comunione:

P.      Come posso penetrare nel tuo mistero

e scoprire tutta la verità che è in te

e che a larghe mani hai seminato

anche in me

e nella vita di tutto il creato?

 

Come per vedere un pianeta nel cielo

a distanza meno lontana

ho bisogno di un telescopio

o per scoprire ciò che si nasconde

nel microcosmo

ho bisogno di un microscopio

così per comprendere la tua parola

fino ad essere da lei posseduto

ho bisogno della luce penetrante

e della guida sicura

che è il tuo santo Spirito.

 

Come sugli Apostoli

scenda anche dentro di me

il tuo Spirito

così che ogni incertezza sia fugata,

ogni dubbio sia annullato,

ogni scelta non sia errata

ed il mio cuore sia albergato

dalla chiarezza della tua verità

che mi fa essere ogni giorno

uomo libero

e totalmente realizzato.

Amen.

 

Al Benedizione:

P.      Lo Spirito abita la nostra terra. Tutti gli uomini e i popoli ne sono invasi. Non possiamo essere dominati dalla rassegnazione e dalla disperazione perché la storia è pervasa dallo Spirito. E non possiamo neppure fissarci su idee o posizioni determinate perché lo Spirito è vita, mobilità, allargamento. Lasciamoci trasportare dallo Spirito per inoltrarci continuamente verso sempre nuove prospettive. Invochiamo lo Spirito Santo su di noi e sulla nostra comunità. L’Amen che pronunciamo ad ogni invocazione diventi impegno da parte nostra ad una testimonianza cristiana. Inchinate il capo per la Benedizione!

 

Benedizione Solenne:

P.      Dio, sorgente di ogni luce, che oggi ha mandato sui discepoli lo Spirito Consolatore, vi benedica e vi colmi dei suoi doni. Amen!

 

P.      Il Signore risorto vi comunichi il fuoco del suo Spirito e vi illumini con la sua sapienza. Amen!

 

P.      Lo Spirito Santo, che ha riunito i popoli diversi nell’unica Chiesa, vi renda perseveranti nella fede e gioiosi nella speranza fino alla visione beata del cielo. Amen!

 

P.      E la benedizione di Dio buono e misericordioso, Padre e X Figlio e Spirito Santo, discenda su di voi, e con voi rimanga sempre. Amen!

 

Al Congedo:

M.     Ora il Cero pasquale viene portato processionalmente al Fonte Battesimale. Il Cero verrà spento, ma Cristo risorto continua ad essere presente tra noi. Continuiamo dunque ad attingere, ogni domenica, anzi ogni giorno, alla sua luce per diventare suoi testimoni nel quotidiano. Lo Spirito di Dio conduca i vostri passi. Vi porti là dove oggi c’è più bisogno di consolazione e di soccorso. Ispiri le vostre parole. Renda delicati i vostri gesti. E faccia risplendere la gioia della fraternità in ogni casa di questa nostra comunità. Nel nome di Gesù, andate in pace, alleluja, alleluja!

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Guidati dallo Spirito

Guidati dallo Spirito

 

Solennità di Pentecoste

 

27 maggio 2012

 

«Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità …» (Gv 16,3)

 

Le letture

Messa del giorno

 

·      Prima lettura: At 2,1-11;

·      Salmo responsoriale: Sal 103,1.24.29-31.34;

·      Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

·      Seconda lettura: Gal 5,16-25;

·      Vangelo: Gv 15,26-27; 16,12-15.

 

Giunge finalmente il cinquantesimo giorno! La pienezza della Pasqua, il dono dello Spirito ha colmato il Corpo risorto di Gesù così che egli, alitando, lo può effondere sul­la Chiesa, come per una nuova creazione, per la remissio­ne dei peccati, per trarre fuori tutti dalla morte.

Se nel mistero dell’ascensione, Gesù ha introdotto la nostra umanità nella gloria di Dio, con la Pentecoste siamo resi partecipi di un prodigio non meno straordinario: lo Spirito di Dio riempie l’universo e inaugura la nuova creazione. Luca ne narra l’evento,[1] Paolo ne descrive gli effetti,[2] Giovanni, infine, parla della sua presenza e della sua azione nella vita dei credenti.[3]

La vita cristiana è vita nello Spirito di Dio. La spiritualità cristiana non è qualcosa di vago che determina un benessere fisico o psichico passegge­ro, ma è esperienza dello Spirito che Dio ci ha donato attraverso Gesù. La Pentecoste ha dunque una sua perenne attualità. Non solo perché non c’è assemblea liturgica in cui lo Spirito Santo non sia presente: non solo nell’a­scolto della Parola e nell’esperienza dei sacramenti, ma in qualunque mo­mento della sua vita il cristiano è e rimane “battezzato”, cioè immerso nello Spirito Santo. La Pentecoste, dunque, ci invita a riflettere anche sulla digni­tà che scaturisce per noi da questa presenza.

 

 

ØLo Spirito nella Chiesa nascente.

Luca apre gli Atti degli Apo­stoli ricordando l’ascensione di Gesù e il dono dello Spirito. Una nuova effusione è narrata anche in At 10,45 a vantaggio dei pagani disponibili alla Paro­la di Dio. Il medesimo dono è pure ricordato in At 11,17 dove viene collegato il tema dello Spirito a quello del «battesimo nello Spirito». Lo Spirito riassu­me in sé tutte le cose buone che il Padre vuole elargire ai suoi figli quando pregano:[4] è il dono per eccellenza.

Il «battesimo nello Spirito», come evidenzia Luca,[5] è situato all’inizio della vita della Chiesa, e segna l’esordio della sua testimonianza nel mondo. Questo ha un preciso riferimento al battesimo di Ge­sù, che aveva segnato l’inizio del suo ministero pubblico e della sua predicazione. La Chiesa continua perciò nel tempo l’opera del suo Signore e Maestro. Luca, inoltre, vede nel gruppo dei discepoli la pri­mizia del nuovo popolo, mentre nei rappresentanti delle na­zioni il campo della loro mis­sione universale. In una parola, la Pentecoste compie il tempo della preparazione e inaugura il tempo della missione ad gen­tes. Lo Spirito è la forza della Chiesa, la suadu,namij, e pro­muove le sue strutture gerar­chiche (apostoli, diaconi), e la sua liturgia (battesimo, imposi­zione delle mani, eucaristia...), in una parola: la sua organizza­zione interna. Una Chiesa ani­mata dallo Spirito, forte della Parola, e sostenuta dalle strut­ture risplende inoltre per la sua unità e per la sua koinoni,afra­terna aperta a ogni uomo.

 

ØLo Spirito nella vita dei cristiani.

Paolo, scrivendo ai Galati, pone due antitesi: la carne, con le sue opere, e lo Spirito con il suo frutto. Con il ter­mine «carne» l’apostolo non intende la caducità dell’uo­mo ma il principio del pecca­to che si contrappone e combatte contro il principio della grazia, lo Spirito Santo. Di queste opere ne elenca quattordici (la pienezza del male) mentre il frutto (kar­po,j) dello Spirito è descritto in tre triadi (amore-gioia-pa­ce; magnanimità-benevolen­za-bontà; fedeltà-mitezza­dominio di sé).

La prima triade presenta in primis l’amore (avga,ph). L’avga,phesprime l’amore come gratuità. Troviamo poi la gioia (cara,) e la pace (eivrh,nh) che hanno entram­bi una connotazione messianica. Non a caso in Ef 2,14 Paolo iden­tifica la pace con Cristo. La se­conda triade presenta invece la magnanimità come forza nel sopportare le situazioni pesanti della vita, la benevolenza come l’essere utili per gli altri e la bon­tà. Al riguardo della bontà (beni­gnitas) è interessante ricordare l’osservazione di Tertulliano, là dove afferma che i primi cristia­ni nella trasparenza della loro bontà (crhsto,thj) venivano chiamati dai paganicrhstia,noiinvece dicristia,noi.[6] La terza triade è aperta dalla fede/fedeltà (pi,stij), a cui segue la mitezza e infine il dominio di sé, che nella cultura del tempo esprime l’ideale dell’uomo maturo. Paolo conclude ricordando che quanti appartengono a Cristo devono combattere contro le insidie del male per far trionfare la vittoria di Cristo nel loro corpo e nella loro vita.

 

ØLo Spirito nell’approfondimen­to della fede.

Nei Discorsi di addio,[7] Gesù per ben cinque volte promette il dono dello Spirito; nel brano odierno mette invece in risalto due sue funzioni. Anzitutto quella testimoniale poi quella ermeneutica-interpretativa.

Lo Spirito rende testimo­nianza a Gesù, attesta la verità delle sue parole e dei segni da lui operati. Allo stesso tempo dà ai discepoli (di tutti i tempi e luoghi) la capacità di rendere testimonianza a Gesù e al suo Vangelo. Egli svela inoltre chi è Gesù e fa penetrare nel cuore e nella vita dei discepoli il suo messaggio e la sua opera, il suo mistero pasquale. La no­stra fede s’approfondisce così grazie all’azione dello Spirito.

Paolo, nel suo ministero, arri­verà a dichiararsi discepolo dello Spirito;[8] un discepolo divenuto a sua volta maestro rimanendo fedele al contenuto appreso. C’è poi un aspetto dello Spirito che po­tremmo definire «passivo», quello dell’ascolto: «Dirà tutto ciò che avrà udito».[9] Anche Gesù è presentato da Giovanni come colui che ascolta il Padre.[10] L’ascolto fa sì che lo Spirito sia pienamente in sintonia con il Figlio, come il Figlio è piena­mente in sintonia con il Padre. Quanto lo Spirito dice alla Chiesa[11] o al singolo credente[12] viene perciò dal Padre e dal Figlio. Si com­pie così la profezia di Isaia: «Non si terrà più nascosto il tuo maestro; i tuoi occhi ve­dranno il tuo maestro, i tuoi orecchi udranno questa paro­la dietro di te: “Questa è la strada percorretela”».[13] Ma non solo: se il discepo­lo entra nel medesimo dina­mismo di ascolto, entra in sin­tonia di vita con la Trinità. «Vi­vi al di dentro con essi, i Tre,» – scriveva la beata Elisabetta della Trinità a sua sorella – «il Padre ti comunicherà la sua potenza perché lo ami con un amore forte come la morte. Il Verbo imprimerà nella tua anima l’immagine della sua propria bellezza. Lo Spirito ti trasformerà in una lira miste­riosa, che nel silenzio, sotto il suo tocco divino, produrrà un cantico magnifico all’amore. Allora sarai la lode della sua gloria».

 

Interpretare i testi

 

Prima lettura

 

«Tutti furono colmati di Spirito Santo»

At 2,1-11

1Mentre stava compiendosi il giorno della Pentecoste, si trovavano tutti in­sieme nello stesso luogo. 2Venne all’improvviso dal cielo un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, e riempì tutta la casa dove stavano. 3Appar­vero loro lingue come di fuoco, che si dividevano, e si posarono su ciascuno di loro, 4e tutti furono colmati di Spirito Santo e cominciarono a parlare in al­tre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi.

5Abitavano allora a Gerusalemme Giudei osservanti, di ogni nazione che è sotto il cielo. 6A quel rumore, la folla si radunò e rimase turbata, perché cia­scuno li udiva parlare nella propria lingua. 7Erano stupiti e, fuori di sé per la meraviglia, dicevano: «Tutti costoro che parlano non sono forse Galilei? 8E come mai ciascuno di noi sente parlare nella propria lingua nativa? 9Siamo Parti, Medi, Elamìti; abitanti della Mesopotàmia, della Giudea e della Cap­padòcia, del Ponto e dell’Asia, 10della Frìgia e della Panfilia, dell’Egitto e delle parti della Libia vicino a Cirène, Romani qui residenti, 11Giudei e prosèliti, Cre­tesi e Arabi, e li udiamo parlare nelle nostre lingue delle grandi opere di Dio».

 

Il racconto della prima Pentecoste cristiana all’inizio degli Atti degli Apostoli[14] svolge per il narratore la funzione di fondamen­to dell’universalismo cristiano, in quanto il dono dello Spirito Santo rende il progetto di Dio realmente universale: il gruppo dei discepoli è ora potenzialmente aperto a tutti. Luca la pre­senta come festa della nuova alleanza con numerosi richiami alla tradizione giudaica sull’evento teofanico del Sinai: nel culto giudaico della legge, dunque, viene inserito il dono dello Spirito che porta a compimento la legge e l’alleanza.

Il nome «Pentecoste» è greco e vuol dire «cinquantesimo» (giorno); nella tradizione biblica ebraica invece è chiamata an­che «festa delle messi», ma comunemente viene denominata «festa delle settimane», giacché cade sette settimane dopo Pa­squa. In origine era una festa agricola delle primizie, ma fu da Israele storicizzata, cioè collegata ad un evento importante del­la sua storia, che è il dono della legge fatto da Dio sul Sinai. In qualche modo dunque la Pentecoste era sentita come una festa di rinnovamento dell’alleanza sinaitica.

Nell’anno 30 della nuova era, l’anno della morte e risurrezio­ne di Gesù, la comunità giudaica festeggiava a Pentecoste il do­no della legge. Cinquanta giorni dopo la Pasqua in cui Gesù era risorto, gli apostoli erano riuniti per festeggiare il ricordo della legge che Dio aveva donato al suo popolo Israele. L’evento di quel giorno ebbe per loro un chiaro significato di cambiamento e di passaggio: dalla legge allo Spirito.

Fortunatamente la versione CEI 2008 ha mutato la prece­dente traduzione, rendendo in modo corretto l’idea che il gior­no di Pentecoste non sta per finire, ma segna il compimento di un tempo prefissato.[15] L’espressione iniziale indica che è arrivato il momento, si è colmato lo spazio di separazione tra Pasqua e Pentecoste, cioè è venuto quel giorno significativo: la stessa formula ricorre anche in Lc 9,51 – che segna l’inizio del viaggio di Gesù verso Gerusalemme – e serve a Luca per indica­re l’inizio del nuovo viaggio, quello decisivo per la Chiesa.

Per la descrizione della comunità riunita Luca impiega un’e­spressione tecnica di tipo liturgico che designa l’assemblea con­vocata per la preghiera: «Tutti insieme nello stesso (luogo)». Ha un significato locale, ma soprattutto personale: erano insieme concordi, unanimi, spiritualmente uniti. Tale sottolineatura sem­bra derivare da Es 19,8 («tutto il popolo rispose insieme»), per­ché diversi particolari lasciano intendere che il narratore vuole presentare la comunità cristiana come l’assemblea israelitica del Sinai, a cui richiamano i vari fenomeni teofanici. Non viene detto che ci fu vento, ma che il fenomeno percepito fu quello di un suono, paragonabile a una raffica di vento: di conseguenza `tutta’ la casa viene riempita, come del Sinai si dice che ‘tutto’ il monte era fumante. Anche per le fiamme si tratta di un’imma­gine: non c’è del fuoco, ma una realtà con forma di lingua e as­somigliante al fuoco, cioè una specie di fiamma che s’insedia su ciascuno, ne prende possesso e comunica la fiamma della parola. Il paragone con le lingue serve per anticipare il carisma straor­dinario che permette agli apostoli di essere capiti da tutti.

Riempiti di questa potenza dall’alto, gli apostoli «comincia­rono a parlare in altre lingue, nel modo in cui lo Spirito dava loro il potere di esprimersi».[16] Lo Spirito è all’inizio dell’e­vangelizzazione e il segno di questa fondamentale opera apo­stolica è espresso dal «parlare in lingue»: ma che cosa significa? Potrebbe trattarsi di un’espressione tecnica per indicare un carisma frequente nella Chiesa primitiva, detto anche «glosso­lalía»: gli apostoli emetterebbero suoni incomprensibili, in stato estatico, e il miracolo consisterebbe nel fatto che la gente capi­va lo stesso.[17] Ma un attento confronto induce a concludere che l’evento di Pentecoste fu un’altra cosa rispetto alla prassi della glossolalia di cui parla la 1Cor, anche se Luca dipende nel linguaggio da questa mentalità, che mostra la glos­solalia in stretta dipendenza con il dono dello Spirito.

Probabilmente Luca ha utilizzato l’immagine della glossola­lia, illuminata dall’interpretazione profetica, fondendola con lo schema dei cantici spirituali, secondo cui lo Spirito suscita in al­cune persone la lode e la profezia. Il linguaggio del Magnificat, ad esempio, con il tipico verbo «megalu,nein» (magnificare, dire grandi cose) è ripreso più volte negli Atti.[18] Lo Spirito fa esultare di gioia per le grandezze del Signore e la lode di Dio è profezia: in At 2,18 Pietro applica la profezia di Gioele agli apostoli che parlano in lingue.[19] Luca ha filtrato con la sua mentalità, secondo l’influsso delle comunità di Paolo, gli antichi ricordi di quel prodigioso evento. Il dono pieno dello Spirito Santo fa iniziare la storia della Chiesa e Luca lo raccon­ta richiamando quel che era già successo all’inizio della vita di Gesù. Sembra dunque che il carisma di Pentecoste appartenga al genere profetico dei cantici spirituali.

Il narratore inoltre annota che «ciascuno li sentiva parlare nella propria lingua»[20] ed evidenzia che si tratta di un fatto molto strano, giacché coloro che parlano sono tutti galilei.[21] Raccogliendo insieme i vari indizi, si può affermare che il significato prevalente è quello di un discorso comprensibile in tutte le lingue degli uditori: il miracolo consiste proprio nel fatto che tutti gli ascoltatori riuscivano a capire il discorso degli apostoli.

I giudei di Gerusalemme che hanno sentito il fenomeno ru­moroso e ascoltano l’inspiegabile parlare degli apostoli vengo­no «da tutte le nazioni che stanno sotto il cielo».[22] Infatti i giudei, diffusi in tutto il mondo antico, partecipavano alle di­verse nazionalità condividendone anche la lingua. Con artificio retorico, il narratore pone in bocca agli stessi giudei un discor­so di stupore, in cui vengono elencati i paesi di provenienza di quella folla così variegata.[23] L’elenco delle nazionalità non vuole essere completo: il discorso è decisamente fittizio e ha la tipica forma lucana per presentare quello che pensano i personaggi. L’interesse teologico che muove l’autore è l’univer­salismo: Luca infatti, quando compone le sue opere, ha ormai maturato l’idea dell’universalità della Chiesa, eppure sa che, all’inizio della missione apostolica, questa apertura universale non c’era ancora. Proprio per questo inserisce nel racconto dell’evento fondamentale un universalismo implicito: il mira­colo di Pentecoste ha infatti una valenza implicita, che diverrà esplicita in seguito.

Quel giorno – dice Luca – è stata manifestata la potenza del­lo Spirito ed è stato rivelato ciò che la Chiesa è in potenza. Il se­guito del racconto mostra appunto lo sviluppo della dimensione universale della Chiesa che si apre lentamente a tutte le genti, finché il Vangelo arrivi fino agli estremi confini della terra.

 

Salmo responsoriale

 

Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

Sal 103,1.24.29-31.34

 

Benedici il Signore, anima mia!
Sei tanto grande, Signore, mio Dio!
Quante sono le tue opere, Signore!
Le hai fatte tutte con saggezza;
la terra è piena delle tue creature.

Togli loro il respiro: muoiono,
e ritornano nella loro polvere.
Mandi il tuo spirito, sono creati,
e rinnovi la faccia della terra.

Sia per sempre la gloria del Signore;
gioisca il Signore delle sue opere.
A lui sia gradito il mio canto,
io gioirò nel Signore.

 

Il Salmo 103(104) è uno splendido inno al Dio creatore: celebra in modo lirico ed ampio le lodi del Signore che ha vinto ilka,oje ha stabilito l’ordine (cioè ilko,smoj). Dal lungo testo la liturgia ha desunto solo pochi versetti: i vv. 1 e 24 per introdurre la lode; poi i vv. 29-30 per celebrare la potenza vivificante dello Spirito; infine i vv. 31 e 33 per concludere il canto di gioia.

L’inizio del salmo fa i complimenti al Creatore, rivestito di maestà e di splendore, che ha costruito la volta del cielo, se­parando le acque dalle acque e rendendo possibile la vita: egli appare come Signore in mezzo, ai fenomeni tipici delle teofanie, su un carro fatto di nubi, trainato dai venti alati e preceduto dai fulmini che fungono da araldi. La conclusione riprende i complimenti, perché il Signore ha fatto tutto con sapienza, e con provvidenza continua a nutrire le sue creature.

La scelta di questo testo per la festa di Pentecoste è dovuta principalmente al v. 30, utilizzato anche come ritornello dalla li­turgia. Tale formula è diventata nella tradizione latina un’impor­tante invocazione liturgica per il dono dello Spirito Santo: «Emitte Spiritum tuum et creabuntur! Et renovabis faciem terræ!».

Infatti l’antico poeta celebra il ruolo benefico del respiro di Dio per la vita del cosmo intero: lo Spirito è Creatore e, proprio per questo, conserva la vita del mondo. Se Dio manda il suo Spi­rito, la creazione è viva; se ritira il suo Spirito, tutto ritorna nella polvere; perciò, con poetica metafora, si dice che il “vento(in ebraico: ah) di Dio cambia la faccia della terra, come la brezza umida fa germogliare e fiorire le colline d’Israele riarse dalla siccità.

È il respiro di Dio infatti che tiene in vita l’universo. Se egli to­glie il suo soffio vitale, tutto ritorna in polvere; se invece manda il suo Spirito, la creazione si rinnova e ritrova vita.

 

Seconda lettura

 

«Il frutto dello Spirito»

Gal 5,16-25

Fratelli, 16camminate secondo lo Spirito e non sarete portati a soddisfare il desiderio della carne. 17La carne infatti ha desideri contrari allo Spirito e lo Spirito ha desideri contrari alla carne; queste cose si oppongono a vicenda, sicché voi non fate quello che vorreste.

18Ma se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete sotto la Legge. 19Del re­sto sono ben note le opere della carne: fornicazione, impurità, dissolutezza, 20idolatria, stregonerie, inimicizie, discordia, gelosia, dissensi, divisioni, fazioni, 21invidie, ubriachezze, orge e cose del genere. Riguardo a queste cose vi preav­viso, come già ho detto: chi le compie non erediterà il regno di Dio. 22Il frutto dello Spirito invece è amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé; 23contro queste cose non c’è Legge.

24Quelli che sono di Cristo Gesù hanno crocifisso la carne con le sue passio­ni e i suoi desideri. 25Perciò se viviamo dello Spirito, camminiamo anche se­condo lo Spirito.

 

La seconda lettura è tratta dal finale della lettera ai Galati[24] e comprende un passo importante in cui Paolo insegna che la morale cristiana è «una vita secondo lo Spirito». Dopo aver concluso la spiegazione teologica sulla salvezza, in­sistendo sul fatto che Dio salva in modo generoso e gratuito sulla base della fede, l’apostolo tira le conseguenze: all’essere fa seguito un agire. Il cristiano è stato liberato dalla «carne»: è un dato di fatto; ma poi, concretamente, al cristiano è chiesto di vi­vere questa possibilità nuova che gli è stata donata.

Col termine «carne» (sa,rx) Paolo designa la forza negati­va dell’egoismo, l’istinto della natura umana inclinata al male; ma afferma con forza che essa non domina più la nostra vita. C’è uno «Spirito» (pneu/ma) più forte, che può cambiare la vita dell’uomo; e il cristiano è colui che ha accettato di collaborare con questo Spirito, di utilizzare cioè questa potenzialità per la realizzazione perfetta del progetto di Dio.

Anche nell’uomo redento infatti rimane un elemento nega­tivo chiamato “concupiscenza” (evpiqumi,abramosia): è conse­guenza della disobbedienza del primo peccato e, al tempo stes­so, conferma l’eredità del peccato; nelle facoltà morali dell’uo­mo, dunque, c’è disordine e in esso si fa sentire prepotente l’i­stinto che, senza essere peccato, inclina l’uomo a commettere il peccato. Proprio questa situazione di divisione interna porta al combattimento spirituale e chiede all’uomo un impegno serio e costante: la vittoria, grazie a Gesù Cristo, è possibile, ma la col­laborazione dell’uomo è indispensabile.

Il regime della legge è finito: non che la legge sia stata abo­lita, ma non si tratta più di obbedire con le proprie forze a co­mandi esterni. La novità è il regime dello Spirito: la forza di Dio stesso abilita l’uomo dall’interno a compiere la legge. Ma lo Spirito non agisce indipendentemente dall’uomo; non por­ta l’uomo dove vuole, senza che l’uomo voglia. Perché l’azione dello Spirito abbia efficacia pratica è necessario che l’uomo «si lasci guidare». La docilità allo Spirito Santo è dunque condi­zione della vita nuova in Cristo. Lo Spirito e la carne sono due principi operativi antitetici che si escludono a vicenda, creando nella persona che non si decide una specie di dualismo psicolo­gico; per evidenziare questa contrapposizione Paolo offre un’abbondante esemplificazione.

Le opere proprie dell’uomo, quando segue il suo istinto natu­rale, sono purtroppo note nella vita di tutti i giorni e riempiono le pagine dei giornali. I quattordici (doppio di sette) peccati che Paolo elenca, si possono dividere in quattro categorie: peccati di lussuria, peccati contro la religione, peccati contro la carità e peccati contro la temperanza. Questo è l’amaro quadro della vita umana guidata dalla «carne», cioè dall’istinto negativo che influenza l’uomo, anche dopo la redenzione realizzata da Gesù Cristo.

In contrapposizione, l’apostolo elenca subito dopo «il frutto» dello Spirito, espressione singolare spiegata da molte sfumatu­re. Alle nove realtà elencate nel testo greco la Vulgata latina neaggiunge altre tre: «benevolenza, modestia e castità»; così si rag­giunge il simbolico numero dodici. Questo «frutto (karpo,j)» – uno eppur variegato – rappresenta le perfezioni che lo Spirito Santo pla­sma in noi come primizie della gloria eterna; grazie alla potenza dello Spirito, i figli di Dio possono portare frutto. Colui che ci ha innestati nella vera Vite, che è il Cristo, farà sì che portiamo i frutti conseguenti a questo innesto.

 

Vangelo

 

«Lo Spirito di verità vi guiderà a tutta la verità»

Gv 15,26-27; 16,12-15

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 26«Quando verrà il Paràclito, che io vi manderò dal Padre, lo Spirito della verità che procede dal Padre, egli da­rà testimonianza di me; 27e anche voi date testimonianza, perché siete con me fin dal principio.

16,12Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. 13Quando verrà lui, lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità, perché non parlerà da se stesso, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annuncerà le cose future. 14Egli mi glorificherà, perché prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà. 15Tutto quello che il Padre possiede è mio; per questo ho detto che prenderà da quel che è mio e ve lo annuncerà».

 

Il brano evangelico proposto dalla liturgia è una compilazio­ne di due testi distinti, tratti dai discorsi dell’ultima cena, che presentano due delle profezie del Paraclito, poste da Giovanni sulle labbra di Gesù in quella solenne occasione. La promessa si è dunque compiuta e l’evangelista, forte della sua esperienza ecclesiale, rielabora con fine abilità teologica le parole del Cri­sto per precisare come lo Spirito Santo continui l’opera messia­nica attraverso la missione apostolica.

La prima parte della pericope contiene la terza profezia del Paraclito.[25] La traduzione CEI 1971 rendeva questo vocabolo con «Consolatore», mentre l’attuale versione CEI 2008 ha conservato la parola greca, che indica l’avvocato difen­sore, colui che è stato chiamato vicino per difendere e sostene­re. Infatti il terminepara-klhto,jindica una persona “chiamata(klhto,j) vicino(para.) e corrisponde perfettamente al latino ad-vocatus. In 1 Gv 2,1 lo stesso titolo viene attribuito al Cristo risorto in quanto garante ufficiale che difende la nostra causa presso il Padre. È un termine che richiama il grande schema gio­vanneo del processo: il processo intentato contro Gesù continua anche contro i suoi discepoli, ma essi non sono soli. Dopo la glo­rificazione di Gesù essi saranno assistiti da un «altro» Paraclito:[26] il primo è stato Gesù stesso e i discepoli lo co­noscono perché egli dimora presso di loro. Dopo la risurrezione, però, egli sarà dentro di loro: non più una compagnia esterna, ma una presenza interna.

Prima[27] Gesù aveva detto che il Padre mande­rà lo Spirito Santo; ora invece afferma d’inviarlo egli stesso da parte del Padre: con queste fini modifiche Giovanni vuole evi­denziare la ricchezza e la complessità del mistero divino, mai esauribile da una sola formula. Questo “Avvocato” viene qualifi­cato come lo «Spirito della verità» e si precisa che «procede dal Padre». Nel linguaggio giovanneo Gesù è la verità, nel senso eti­mologico greco di av-lh,qeia, cioè “non-nascondimento”, ovvero “rivelazione”: egli è la stessa vita di Dio che il Figlio ha rivelato e ha comunicato. Perciò lo Spirito di verità è lo Spirito di Ge­sù, strettamente unito alla sua persona e continuatore della sua opera. Inoltre è legato al Padre poiché «procede» (evk-pore,ue­tai) da lui, cioè uscendo dalla stessa intimità divina si muove verso l’umanità attraverso la preziosa mediazione del Figlio. Ta­le particolare è stato approfondito dalla tradizione dogmatica dei Padri ed inserito come formula teologica importante nella professione di fede.

Il compito del Paraclito è caratterizzato da diversi verbi nel­le varie profezie; in questo caso si parla di testimonianza e si aggiunge che tale funzione è in stretta correlazione con l’opera degli apostoli, i quali danno testimonianza su Gesù per il fatto di essere stati con lui fin dal principio. È chiaro che si vuole evidenziare come dietro le dichiarazioni degli apostoli sia all’opera lo stesso Spirito di Dio e di Gesù. Siamo ancora in contesto giu­diziario: nel processo contro Gesù lungo la storia il testimone fondamentale è lo Spirito, che dà ai discepoli la forza e la capa­cità di testimoniare l’esperienza che hanno vissuto.

La seconda parte del brano liturgico presenta la quinta pro­fezia,[28] che riprende la formula «Spirito della veri­tà» e insiste sul suo compito, già indicato dai verbi “insegnare” e “ricordare”.[29] Ora vengono aggiunte altre quattro im­portanti forme verbali per caratterizzare la funzione del Paraclito:

1) «vi guiderà a tutta la verità»;

2) «dirà tutto ciò che avrà udito»;

3) «vi annuncerà le cose future»;

4) «mi glorificherà».

L’opera di Gesù infatti ha bisogno di essere capita e, senza lo Spirito di Gesù, i discepoli non possono giungere alla compren­sione. Durante la sua vita terrena egli è stato il maestro esterio­re; dopo la risurrezione, tramite lo Spirito, diventa il maestro interiore che fa capire il senso di tutto, guidandoli verso la pie­nezza, continuando a trasmettere loro la parola di Dio e illumi­nando la loro comprensione riguardo a ciò che accadrà in segui­to lungo la storia umana.

Emerge con chiarezza che il processo della rivelazione è con­tinuato dallo Spirito anche dopo la risurrezione di Gesù. La comprensione piena del Vangelo è opera dello Spirito; come opera sua è la comprensione del senso della storia e la capaci­tà di cogliere i segni dei tempi. In questa opera di rivelazione («parlerà») lo Spirito glorifica il Cristo, cioè ne mostra la reale presenza e potenza in tutte le vicende del tempo, rendendo viva ed efficace la sua parola.

 

Preghiera conclusiva

È lo Spirito il dono che tu,

Gesù risorto,

fai alla comunità dei discepoli.

È lui che li condurrà

a comprendere progressivamente

il senso degli eventi

e delle parole che hai loro rivolto.

Non è possibile entrare

dentro un Mistero così grande,

così bello e così profondo,

magicamente, in un solo momento.

 

Ecco perché verranno guidati,

giorno dopo giorno, con pazienza,

a discernere la tua volontà

in un mondo complesso e confuso

in cui non è sempre facile orientarsi.

 

Ecco perché potranno accogliere

le tante sorprese che si troveranno davanti,

senza timori e senza pregiudizi,

senza preconcetti e senza sospetti.

 

Ecco perché sapranno riconoscere

anche nei disagi e nelle sfide,

negli ostacoli e nelle persecuzioni,

delle autentiche occasioni di grazia

che li obbligano a convertirsi

e a fare posto al nuovo, senza rumore.

 

Grazie, Signore risorto,

perché mediante lo Spirito

tu rincuori i discepoli,

li difendi nel tempo della prova,

li desti nel giorno della vigilanza,

li rialzi quando sono caduti,

li sostieni nel rendere ragione

della loro solida speranza.

Amen.



[1] Prima lettura, At 2,1-11.

[2] Seconda lettura, Ef 5,16‑25.

[3] Vangelo, Gv 15,26-27; 16,12-15.

[4]Cfr. Lc 11,13.

[5]Cfr. At 1,5.

[6]Tertulliano, Apolog. III, PL 1,330-331.

[7] Gv 15,26-27;16,12-15.

[8]Cfr. 1Cor 2,13.

[9]Gv 16,13.

[10]Cfr. Gv 8,26.

[11]Cfr. At 15,28; Ap 2,1-3,22.

[12]Cfr. At 8,29; 1Cor 7,40.

[13]Is 30,20­-21.

[14] At 2,1-11.

[15] At 2,1a.

[16] At 2,4.

[17] Cfr. 1Cor 12-14.

[18] Cfr. At 2,11; 10,46.

[19] At 3,1-5.

[20] At 2,6.11.

[21] At 2,7-8.

[22] At 2,5.

[23] At 2,9-11.

[24]Gal 5,16-25.

[25]Gv 15,26-27.

[26]Cfr. Gv 14,16.

[27]Gv 14,16.26.

[28] Gv 16,12-15.

[29] Gv 14,26.

Spirito Santo, vieni!

Spirito Santo, vieni!

 

Pentecoste Messa vespertina nella vigilia

 

27maggio2012

 

«Quando verrà lo Spirito della verità, vi guiderà a tutta la verità …» (Gv 16,3)

 

Le Letture

Messa vespertina nella vigilia

 

·      Prima lettura: Gen 11,1-9;

·      Salmo responsoriale:Sal 32,10-15;

·      Su tutti i popoli regna il Signore.

·      Seconda lettura: Es 19,3-8a36-20b;

·      Salmo responsoriale: Sal 102,1-4.6-717-18;

·      La grazia del Signore è su quanti lo temono.

·      Terza lettura: Ez 37,1-14;

·      Salmo responsoriale: Sal 50,3-4.8-9.12-14.17;

·      Rinnovami, Signore, con la tua grazia.

·      Quarta lettura: Gl 3,1-5;

·      Salmo responsoriale: Sal 103,1-2.24.35.27-30;

·      Manda il tuo Spirito, Signore, a rinnovare la terra.

·      Epistola: Rm 8,22-27;

·      Vangelo: Gv 7,37-39.

 

«Tutto ti dice e ti nasconde, tutto ti vela e ti rivela».[1]

 

Con il compimento della cinquantina pasquale – anticipo e caparra del giorno senza tramonto – la Chiesa raccoglie ancora i suoi figli in preghiera in attesa dell’effusione dello Spirito Santo. «O cenacolo, nel quale venne gettato il lievito che fece fer­mentare l’intero universo!» – canta Efrem il Siro. «Questo fuoco raduna coloro che dal di fuori desiderano vederlo, men­tre conforta quanti lo ricevono. O fuoco, la cui venuta è parola, il cui silenzio è luce!».

 

·      Il senso della veglia cristiana.

La notte, con le sue tenebre e il suo silenzio, incute paura e può essere vista come simbolo della morte che minaccia la vita dell’uomo. Per il cristiano, tuttavia, la notte è diventata un tem­po di raccoglimento e preghiera grazie al Signore Gesù. È infatti dal cuore della notte più tene­brosa che è sorto il giorno nuo­vo dischiuso dalla sua risurre­zione. La Chiesa, nell’Exsultet, esclama: «O notte veramente beata, che, sola, hai potuto co­noscere l’ora in cui Cristo è ri­sorto dal sepolcro». Da quel preciso istante, la notte è diven­tata un tempo di veglia, dove nell’ascolto delle Scritture si fa memoria dell’evento pasquale e si attende il ritorno ultimo e glorioso del Crocifisso Signore. Così sono iniziate le veglie cri­stiane. Dapprima i cristiani si riu­nirono in preghiera nella notte precedente la domenica. In se­guito questa usanza si estese al­la Pasqua annuale, dando origine alla grande Veglia pasquale. La «madre di tutte le veglie», come la chiamava sant’Agostino, sarà poi il modello di tutte le al­tre veglie che, poco alla volta, precederanno le altre grandi so­lennità che commemorano gli avvenimenti della vita di Gesù.

 

·      La veglia di Pentecoste.

Della lunga veglia di Pente­coste la riforma introdotta da Pio XII nel 1955 conservò solo la Messa. È con il nuovo Messale romano, promulgato da papa Paolo VI nel 1969, che sono sta­te aggiunte delle nuove letture all’interno delle quali vengono riprese alcune tappe delle Sto­ria della salvezza culminanti in Gesù Cristo morto e risorto.

Attraverso le letture della veglia, la Chiesa ci aiuta a per­correre sostanzialmente il cam­mino dell’umanità: dalla disper­sione, provocata dal peccato di Babele,[2] alla scelta di un popolo chia­mato ad essere strumento per radunare le genti nella confes­sione dell’unico Dio.[3] Ma questo popolo è stato infedele alla sua vocazione. Ridotto all’esilio è presentato dal profeta Ezechiele come un esercito sterminato di ossa aride.[4] Ma Dio pro­mette una nuova effusione del suo Spirito, nella quale un giudi­zio di salvezza si estenderà su quanti avranno invocato il suo nome.[5]

Il Messale suggerisce d’inse­rire la veglia nella Messa. La li­turgia della Parola prevede allo­ra altre due letture. La prima è tratta dalla lettera ai Romani ed evidenzia il gemito della creazione, dell’uomo e dello Spirito.[6] Il brano evangelico invece è tratto dal Vangelo di Giovanni e presenta Ge­sù come la fonte dell’acqua viva che disseta l’arsura dell’umanità.[7]

La veglia, dopo i riti intro­duttivi, sul modello della Ve­glia pasquale esordisce con il rito della luce, dove i fedeli accendono le loro candele al cero pasquale: Cristo è la luce che illumina ogni uomo. Se­gue la memoria del battesimo e l’aspersione con l’acqua be­nedetta. La liturgia della Pa­rola raccoglie successivamen­te i fedeli nell’ascolto delle grandi opere di Dio, riattualiz­zate nei sacramenti. Dopo aver ravvivato il ricordo del battesimo, l’assemblea si di­spone a fare memoria della confermazione, rinnovando così la sua libera e gioiosa vo­lontà di testimoniare il Vange­lo tra i fratelli. La celebrazio­ne prosegue poi con la litur­gia eucaristica.

 

ØVegliando in ascolto.

·      Dalla dispersione all’unità (pri­ma lettura: Gen 11,1-9).

L’umanità non può costruire i suoi progetti a prescindere da Dio. L’esito è la dispersione del­le lingue, cioè l’incapacità a comprendersi.

Con l’immagine della torre di Babele, l’autore sacro pone in luce anche la perenne tentazio­ne dell’uomo di superare quella salvifica frontiera che lo man­tiene nel giusto rapporto con se stesso, il prossimo e Dio. Il limi­te (non toccare il cielo) struttu­ra il desiderio e libera dall’illu­sione della bramosia. Mediante il suo Spirito, Dio stesso realiz­zerà l’unità nella diversità di tut­te le genti. Alla confusione di Babele seguirà così la Gerusa­lemme dello Spirito.

 

·      L’alleanza e la missione (secon­da lettura: Es 19,3-8a.16-20b).

Sul Sinai, Israele ha preso co­scienza della sua identità e vo­cazione: essere segno e stru­mento di Dio tra tutti i popoli. Così la Chiesa, nella teofania av­venuta nel cinquantesimo gior­no dopo Pasqua,[8] è manifestata al mondo come sa­cramento «dell’intima unione di Dio e dell’unità di tutto il genere umano».[9] All’interno del grande e variegato arazzo dei popoli, lo Spirito è l’instancabile promotore dell’unità, il sigillo dell’alleanza tra il cielo e la terra.

 

·      Il Soffio che ridona vita (terza lettura: Ez 3Z7-74).

Nella visione del profeta Ezechiele, i quattro venti cosmi­ci penetrano come alito di vita nei cadaveri e i morti riprendo­no vita. È la vittoria dello Spirito (vento) sulla materia quasi mine­rale delle ossa calcinate.

È un fatto: nel nostro corpo abita la morte,[10] ma è altrettanto vero che vi dimora lo Spirito Santo.[11] Ed è lo Spirito, come il vento del pro­feta, che incessantemente ali­menta in noi la vera vita. Scrive l’apostolo Paolo: «Se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mor­tali per mezzo del suo Spirito che abita in voi».[12]

 

·      Lo Spirito senza misura e pre­clusioni (quarta lettura: Gl 3,1-5).

Con la Pentecoste nasce la Chiesa e si compie la profezia di Gioele: «Effonderò il mio spi­rito sopra ogni uomo».[13] Lo Spirito abolisce ogni distin­zione di età e di classe sociale e si effonde abbondantemente su tutti. L’umanità è come ri­creata. Pietro, nel giorno di Pen­tecoste, citerà proprio Gioele, mostrando come oramai la profezia ha lasciato posto alla realtà.[14]

L’oracolo di Gioele parla an­che di un intervento di Dio che sconvolge le leggi naturali (il so­le sarà tenebra e la luna sangue). Questa prospettiva, che riman­da al Calvario,[15] è se­guita da un annuncio di salvezza e quindi di grande speranza: «Chiunque invocherà il nome del Signore sarà salvato».[16]

 

·      Il triplice gemito (quinta lettura: Rm 8,22-27).

L’apostolo Paolo nel brano proposto dalla liturgia, tratto dal capitolo ottavo della lettera ai Romani, presenta il gemito della creazione, dell’uomo e dello Spirito. Se la creazione e l’uomo esprimono l’ardente desiderio di essere liberati da tutti i condi­zionamenti della finitudine e della colpevolezza, il gemito dello Spirito, che grida in noi, esprime il desiderio divino di averci già con Lui, liberati dalla corruzione e dalla morte. Que­sto triplice gemito si fonde in un’unica possente voce affinché tutto trovi pienezza di salvezza. Allora, nella creazione finalmen­te liberata, il lamento sarà muta­to in danza e il gemito in canto; Dio sorriderà all’anima e l’anima a sua volta sorriderà a Dio (Mei­ster Eckhart), in un abbraccio eterno che sant’Ilario chiama in modo suggestivo «godimento».

 

·      L’acqua viva dello Spirito (Van­gelo: Gv 7,37-39).

Durante la festa delle Capan­ne si attingeva l’acqua della fonte di Siloe e la si portava nel tempio per versarla sull’altare assieme al vino. Con questo rito si voleva ri­cordare il miracolo dell’acqua nel deserto. Gesù promette un’altra acqua, quella dello Spirito.

Questa promessa si compie sulla croce in due momenti: quando egli morirà esalando lo Spirito,[17] e quando dal suo costato aperto, dopo il col­po del soldato, usciranno sangue e acqua,[18] simbolo dei sacramenti. Dalla sorgente mi­steriosa di Dio è scaturito lo Spi­rito Santo, che ha penetrato e in­vaso il Cristo. Dalle sue viscere è scaturita una sorgente d’acqua che si offre a quanti credono in lui. A sua volta, nelle viscere del credente l’acqua dello Spirito di­viene sorgente che zampilla per la vita eterna, sorgente le cui ac­que riconducono a Dio.



[1]A. Lerbret.

[2] Prima lettura, Gen 11,1­9.

[3] Seconda lettura, Es 19,3-8a.16-20b.

[4] Terza lettura, Ez 37,1-14.

[5] Quarta lettura, Gl 3,1-5.

[6] Rm 8,22-27.

[7] Gv 7,37-39.

[8] Cfr. At 2,1-11.

[9]LG 1.

[10] Cfr. Is 40,6.

[11] Cfr. 1Cor 6,19.

[12] Rm 8,11.

[13] Gl 3,1.

[14] Cfr. At 2,17-21.

[15] Cfr. Mt 27,45.

[16] Gl 3,5.

[17] Gv 19,30-

[18] Gv 19,34.