24/01/2012

Stupiti del suo insegnamento

Stupiti del suo insegnamento

 

IV Domenica del Tempo Ordinario “B

 

29 gennaio 2012

 

«Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità». (Mc 1,27)

 

Le letture

 

·      Prima lettura: Dt 18,15-20;

·      Salmo responsoriale: Sal 94,1-2.6-9;

·      Ascoltate oggi la voce del Signore.

·      Seconda lettura: 1Cor 7,32-35;

·      Vangelo: Mc 1,21-28.

 

In questa IV domenica del Tempo Ordinario la liturgia ci invita a riflettere sull’aspetto profetico di Gesù di Nàzareth. Nota l’evangelista che egli «insegnava come uno che ha autorità».[1]

La parola di Gesù continua a risuonare nella Chiesa e mantiene la stessa forza. Egli insegna anche oggi «con autorità». E tuttavia quanti so­no attenti alla sua parola, quanti provano stupore davanti al suo messag­gio? Lo stupore è il principio di ogni conoscenza autentica: ce lo insegnano i bambini, con il loro aprirsi alla vita e al mondo. E di fronte a Gesù? Ogni volta che egli parla accade il “nuovo”, il cielo si apre sopra di noi, a condi­zione che trovi la giusta apertura. La parola di Dio ha bisogno d’entrare nel cuore dell’uomo attraverso il vero ascolto, che è fatto di stupore e d’accoglienza.

Gesù è profeta potente in parole (annuncia il Vangelo di Dio) e in opere (guarigioni). È pure un profeta misterioso (se­greto messianico), come ama sottolineare Marco lungo tutto il suo racconto.

Prima però di entrare nella pagina evangelica odierna, ri­chiamiamo brevemente chi è il profeta e qual è la sua missione.

Il termine «profeta», come è risaputo, è di origine greca ed è ritmato sul verbofhmi,, («parla­re»). Il profeta è colui che parla in nome di Dio, che ha sulla sua bocca la Parola di Dio. La paro­la profetica poi interpreta il pre­sente ed è capace d’incidere nella storia; è allo stesso istante efficace e creativa. Infine, il pro­feta rappresenta anche la con­testazione di ogni sistema poli­tico ingiusto, di ogni possibile strumentalizzazione della fede; in una parola, il profeta stigma­tizza l’ipocrisia del potere sia ci­vile sia religioso. E questo in no­me della verità di Dio.

Gesù si pone in questo sol­co ma con delle notevoli di­versità. Anche lui annuncia la Parola di Dio ma è pure, allo stesso istante, il contenuto di quella Parola. Anzi, è «la» Pa­rola di Dio, quella ultima, defi­nitiva.[2]

C’è poi un altro aspetto da non dimenticare: l’efficacia del­la Parola – e questo è uno dei più grandi paradossi – manifesta tutta la sua forza nell’impoten­za della croce, nel dono fino al­la morte di «uno solo», direbbe Paolo.[3] Lì si manife­sta tutta la potenza creante dell’amore di Dio.[4]

 

Ø«Di sabato nella sinagoga».

Nella famosa pagina di Mar­co, denominata «la giornata di Cafàrnao»,[5] Gesù entra nella sinagoga di sabato per insegnare. La gente che ascolta è stupita perché parla con autorità; la sua parola appa­re subito diversa da quella degli scribi e dei farisei. Non è un pre­cetto umano[6] e non è secondo la tradizione degli anti­chi.[7] Gesù parla con una forza e un’efficacia che gli derivano dallo Spirito[8] e in quanto Figlio di Dio.[9] La sua parola, inoltre, rende in un certo senso tangibile la presenza di Dio, tanto che uno spirito impuro, che dimora na­scosto in un uomo, è costretto a manifestarsi.

La parola di Gesù porta per­ciò alla luce quanto l’uomo ten­ta di occultare; svela i suoi lati oscuri e manifesta quei recessi di tenebra che vivono in lui. E qui inizia la lotta; lo spirito impu­ro vuole contendere a Gesù il cuore dell’uomo. Come? Anzi­tutto prende le distanze: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno?», poi lo accusa: «Sei venuto a ro­vinarci?», infine tenta l’ultima carta, svelare Gesù manifestan­do la sua identità (il segreto messianico): «Io so chi tu sei: il santo di Dio!».[10]

Se Gesù non vuole rivelare subito la sua identità, il motivo è semplice: egli non desidera che la folla veda in lui solo il Messia potente, capace di ri­solvere, con la forza o con se­gni strepitosi, il problema del pane o della sicurezza. Nella passione, quindi nella debolez­za, manifesterà pienamente se stesso e la via scelta dal Padre per operare la salvezza. Nella reazione dello spirito impuro non è difficile scorgere le no­stre reazioni davanti al Vange­lo, alla Parola di Dio che viene a noi con grande abbondanza sia nell’ascolto comunitario che personale. Spesso nei con­fronti della Parola ci si difende; la presenza di Cristo turba, in­quieta e con lo spirito impuro anche noi diciamo: «Che c’è tra me e te, Signore? Vuoi forse pri­varmi, con le tue esigenze, del­la mia libertà? Sei venuto a ro­vinare i miei progetti, i miei in­teressi, le mie aspirazioni e la mia tranquillità?».

Così pensando e facendo allontaniamo però il Signore, giudicando la sua presenza inopportuna. L’«io», nel suo egoismo, tenta di salvaguar­darsi e difendersi. Certo, è molto meschino, ma frequen­te, più di quello che pensiamo o immaginiamo.

 

Ø«Taci! Esci da lui!».

Gesù risponde con la sua potenza divina: «Taci! Esci da lui!».[11] Gesù non discu­te, non accetta un dialogo che non approderebbe a nulla. Or­dina il silenzio, quel silenzio che priva del suo potere lo spirito impuro.

In altre parole, il Signore invita il suo interlocutore (e noi con lui) a non nascondere il male dietro parole vuote, dietro abili raggiri linguistici per giustificare, proteggere e difendere il «nemico nasco­sto». È interessante notare come Gesù separa il male dall’uomo, non lo identifica. Solo così può essere rimosso. An­che questo aspetto è impor­tante.

Quando il male è ricono­sciuto, individuato, e chiamato per nome viene come esterio­rizzato, allontanato. Questo passaggio non è certamente indolore e provoca grande sofferenza. Non è un caso che lo spirito immondo «strazian­dolo e gridando forte, uscì da lui».[12] Talvolta bisogna espellere con un forte grido ciò che ferisce, blocca, e para­lizza la vita. Solo allora si ri­prende a respirare accanto a Gesù, pienamente risanati dal­la sua Parola.

 

ØIl cristiano come profeta.

Nel Decreto Conciliare sul ministero e la vita dei presbite­ri (Presbyterorum ordinis) si ri­corda che ciascun membro del­la Chiesa deve «rendere testi­monianza di Gesù con spirito di profezia».[13] Questo caratte­re profetico fa sì che i cristiani siano in questo mondo stranie­ri e pellegrini,[14] in cammino verso l’e;scaton, cioè il compimento dei cieli e della terra nuova. Questa tensione escatologica non è certamente disprezzo della realtà terrena, anzi è l’assunzione di tutto l’umano con la coscienza di una direzione da seguire, di un fine ultimo. Questa vocazione si ali­menta mediante l’assiduo ascolto delle Scritture nelle quali si apprendono i criteri della fede per leggere l’oggi della storia.

 

Interpretare i testi

 

Prima lettura

 

Il profeta, mediatore fra Dio e il popolo

Dt 18,15-20

Mosè parlò al popolo dicendo: 15«Il Signore, tuo Dio, susciterà per te, in mez­zo a te, tra i tuoi fratelli, un profeta pari a me. A lui darete ascolto.

16Avrai così quanto hai chiesto al Signore, tuo Dio, sull’Oreb, il giorno dell’as­semblea, dicendo: “Che io non oda più la voce del Signore, mio Dio, e non ve­da più questo grande fuoco, perché non muoia”.

17Il Signore mi rispose: “Quello che hanno detto, va bene. 18Io susciterò loro un profeta in mezzo ai loro fratelli e gli porrò in bocca le mie parole ed egli dirà loro quanto io gli comanderò. 19Se qualcuno non ascolterà le parole che egli dirà in mio nome, io gliene domanderò conto. 20Ma il profeta che avrà la presunzione di dire in mio nome una cosa che io non gli ho comandato di di­re, o che parlerà in nome di altri dèi, quel profeta dovrà morire”».

 

Il brano, tratto dal codice deuteronomico, rientra negli statu­ti relativi alle istituzioni mediante le quali Dio guida e governa il suo popolo: monarchia, sacerdozio, profetismo. Quest’ultimo, per l’autore sacro, ha una posizione privilegiata e viene contrap­posto ai riti magici e divinatori dei popoli pagani, che in parte avevano contaminato la coscienza religiosa d’Israele.[15] Coerente con il suo obiettivo di ricondurre la religione mo­saica alla sua purezza originaria, il redattore del Deuteronomio cerca di suscitare nel popolo una presa di coscienza dell’esisten­za e della natura del carisma profetico; carisma del tutto diverso e superiore a qualsiasi pratica divinatoria e superstiziosa.

La «storia della salvezza» è storia di Dio che parla con il suo popolo. In questa luce, il profetismo viene presentato come una delle linee forza che percorrono tutta l’esistenza di Israele e che caratterizzano la sua esperienza religiosa.[16] Il profeta è mediatore fra Dio e il popolo, portatore e annunciatore del­la parola che il Signore gli affida.[17] Nessuno può assumere arbitrariamente e di propria iniziativa la missione di parlare in nome di JHWH. Il vero profeta è solo colui che è scelto e man­dato da Dio; chi non è autorizzato da Dio è un falso profeta.[18] Di qui nasce la responsabilità di fronte alla parola di Dio: il popolo deve rispondere alla parola annunciata dal profeta con l’ascolto della fede e con l’obbedienza, e dovrà rendere conto a Dio stesso se non avrà accolto ed ascoltato il messaggio del pro­feta.[19] Il profeta, a sua volta, deve essere solo e sempre an­nunciatore della parola di Dio, non di una parola sua, umana e personale.[20] Infine, il compimento dell’annuncio profetico è criterio pratico ed immediato per discernere la sua autenticità.[21]

Il legame fra Dio ed i messaggeri della sua parola è così stret­to che l’esistenza dei profeti in Israele è segno della presenza e dell’azione di Dio in mezzo al suo popolo, anche e proprio nei momenti più critici e difficili della storia d’Israele;[22] il popolo, mantenendosi in comunione con Dio me­diante l’ascolto della parola dei profeti, può trovare in lui aiuto e salvezza.

 

Salmo responsoriale       

 

Ascoltate oggi la voce del Signore.

Sal 94,1-2.6-9

 

Il Salmo 94 è un invito ad onorare IHWH,[23] Signore e pastore del suo popolo,[24] è una esortazione ad accogliere la parola di Dio con fede e docilità di cuore. Nei vv. 8-9, il salmista invita il suo popolo alla conversione per non ripetere i momenti di Massa e Meriba:[25] l’incredulità della generazione condotta da Dio nel deserto aveva impedito agl’israeliti di giungere alla terra promessa. Questo comportamento sbagliato è un ammonimento per il nuovo Israele (la chiesa) chiamato da Dio alla salvezza e alla libertà nell’oggi della liturgia. Ogni mo­mento d’incontro con Dio, per essere vero, esige l’impegno di conversione. L’ascolto della parola di Dio rinnova le opere della salvezza ed è un invito a rispondervi con fede e docilità.

 

Seconda lettura

 

Preoccuparsi delle cose del Signore

1Cor 7,32-35

Fratelli, 32io vorrei che foste senza preoccupazioni: chi non è sposato si preoc­cupa delle cose del Signore, come possa piacere al Signore; 33chi è sposato in­vece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere alla moglie, 34e si trova diviso! Così la donna non sposata, come la vergine, si preoccupa del­le cose del Signore, per essere santa nel corpo e nello spirito; la donna sposa­ta invece si preoccupa delle cose del mondo, come possa piacere al marito.

35Questo lo dico per il vostro bene: non per gettarvi un laccio, ma perché vi comportiate degnamente e restiate fedeli al Signore, senza deviazioni.

 

L’apostolo Paolo esalta la verginità consacrata come un dono particolare che fa partecipare alla totalità dell’amore di Cristo. La verginità consacrata non è lo stato di un alienato da questo mondo, sia perché la verginità è un carisma, e quindi un dono che comporta un impegno e una missione nella Chiesa,[26] sia perché Paolo in nessun modo vuole che colui che abbraccia la verginità sia senza preoccupazioni. L’espressio­ne: «Io vorrei che foste senza preoccupazioni»[27] non indica il desiderio dell’atarassia stoica, della tranquillità e della pace assoluta. Essa va spiegata nel contesto di altre espressioni: «Chi non è sposato si preoccupa delle cose del Signore»;[28] «Chi invece è sposato si preoccupa delle cose del mondo»;[29] «La donna non sposata si preoccupa delle cose del Signore»;[30] «La donna sposata invece si preoccupa delle cose del mondo».[31]

È chiaro che Paolo desidererebbe che tutti si preoccupassero solo delle cose del Signore. L’apostolo pensa forse che questo sia impossibile agli sposati? La risposta appare da altre espres­sioni: piacere al Signore;[32] piacere alla moglie;[33] pia­cere al marito.[34] Il verbo greco tradotto con piacere non significa semplicemente essere graditi, ma implica una totale donazione di sé all’essere amato. Perciò lo sposo si trova diviso in quanto deve donarsi totalmente alla sua sposa e solo per essa tendere verso il Signore. Il vergine invece è colui che si separa dal resto dell’umanità per essere interamente (corpo e spirito) del Signore.[35]

Paolo, contro coloro che negano il valore della verginità, af­ferma che essa è un bene[36] e che non intende essere un laccio per nessuno, ma solo favorire ciò che è buono ed aiuta­re ad essere continuamente in comunione con il Signore senza distrazione.[37] La presenza della verginità tra i carismi nella Chiesa è un continuo annuncio di totale donazione al regno e segno di ciò che non è transitorio, ma eterno.

 

Vangelo

 

Stupiti dal suo insegnamento

Mc 1,21-28

In quel tempo, 21Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, [a Cafàrnao,] inse­gnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro co­me uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinago­ga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, di­cendo: 24«Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impu­ri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la re­gione della Galilea.

 

Il vangelo non è solo un messaggio di salvezza, ma una salvez­za attuale ed operante. Gesù non si limita a predicare il regno di Dio, ma comincia ad instaurarlo vincendo le potenze del male.

Dopo aver chiamato i primi discepoli, Gesù entra in Cafar­nao, la città-base del suo apostolato, e si reca nella sinagoga ad insegnare.[38] L’avverbio «subito (euvqu.j)» con cui viene introdotta la comparsa di Gesù è caratteristico di Marco,[39] e viene usato per esprimere l’urgenza dell’annuncio del vangelo e l’irrompere del regno nel­la vita dell’uomo. Nella nostra pericope, esso indica come Gesù dia inizio immediatamente alla sua missione, senza esitazioni e perplessità: approfitta della riunione sinagogale del sabato per prendere la parola e commentare la Scrittura, come poteva fare ogni israelita adulto.

A Marco, non interessa tanto il contenuto dell’insegnamen­to di Gesù e neppure il miracolo in quanto tale, ciò che gli sta a cuore è espresso nei vv. 22.27. L’evangelista, infatti, si sofferma sulle reazioni dei presenti: la gente raccolta nella sala rimane meravigliata di fronte alla sua dottrina e al modo con cui la in­segna. Non è ostentazione di sapienza umana, come facevano abitualmente gli scribi e i dottori della legge, che si limitavano ad esporre le dottrine dei rabbì precedenti; la parola di Gesù ha un timbro d’autorità assoluta che suscita ammirazione ed accet­tazione in chi l’ascolta.[40] Sulla gen­te presente nella sinagoga, che conosceva solo le ciance trite e ritrite degli scribi, la predicazione di Gesù sull’avvicinarsi del regno di Dio fa un effetto straordinario. Gesù ricordava loro il modo di parlare dei profeti. Il demonio, presente nella persona di un ossesso,[41] rimane colpito dalla parola di Gesù, e rea­gisce terrorizzato all’annuncio della vicinanza della signoria di Dio, cioè dell’annientamento della signoria di Satana.[42] Il conflitto tra Gesù e satana è descritto in un linguaggio popolare corrispondente alla mentalità del tempo, ma la forma letteraria rivela l’intento di mettere in evidenza il potere divino di Gesù. L’appellativo «Santo di Dio», con il qua­le il demonio si rivolge a Gesù, esprime l’essenza intima della persona di Cristo, egli appartiene a Dio in un modo unico ed è con lui in un particolare rapporto di vicinanza. La potenza con cui egli affronta lo spirito impuro e lo costringe ad arrendersi gli deriva proprio da questa sua particolare relazione con Dio. Il demonio riconosce ciò che resta nascosto ai presenti: Gesù è «il Santo» che annienta le potenze del male.

La calma dominatrice della voce di Gesù e del suo atteggia­mento: «Taci! Esci da lui!»[43] prevale sulla parola scompo­sta e sull’azione violenta della forza demoniaca.[44] L’efficacia dell’ordine di Gesù è sottolineata dall’evangelista con l’aggiunta della conferma dell’esecuzione dell’ordine. Il demonio, tuttavia, non cede senza resistenza: il forte grido e le convulsioni sono espressione di ribellione dello spirito impuro e, allo stesso tempo, segnale che indica la sua partenza e sconfitta.[45]

Per l’evangelista il guarito, uomo senza volto e senza nome, ha solo un ruolo secondario. Tutta l’enfasi cade sull’azione po­tente compiuta da Gesù. La gente, spaventata, si chiede il sen­so dell’avvenimento e s’interroga sull’identità di colui che l’ha operato.[46] La guarigione dell’indemoniato rivela, dunque, l’avvento del regno come vittoria del potere di Dio sulle forze del male; nel medesimo tempo dà la ragione profonda della for­za esercitata dall’insegnamento di Gesù sulla folla: la parola con cui egli spiega la Scrittura è la stessa che riduce al silenzio il de­monio. I presenti intuiscono la relazione che esiste fra l’autorità sovrana della parola di Gesù e il suo potere di dominare le forze del male, alle quali fino a quel momento l’uomo era soggetto.[47] Questo è il primo episodio di un combattimento nel quale Gesù sarà impegnato fino all’epilogo della sua morte e risurre­zione.

Nel vangelo di Marco, gli indemoniati compaiono spesso nel raggio d’azione di Gesù. Le forze da cui queste persone sono dominate e rese schiave sono presentate come forze sovrumane in contrasto con Dio, il cui scopo è quello di dominare e dan­neggiare l’uomo. Esse avvertono la presenza di Gesù, sentono che minaccia il loro potere, si schierano contro di lui e gli op­pongono resistenza. Gesù infrange il loro potere con una sola parola: «Taci! Esci da lui!».[48] L’invito di questo episodio è lottare, in nome del vangelo, contro tutto ciò che opprime e pos­siede l’uomo. Lo spirito immondo è immagine di tutto ciò che in noi rifiuta Dio e si oppone alla sua parola.

«Ed erano stupiti del suo insegnamento»;[49] «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità».[50] A beneficiare della forza della parola di Gesù non sono stati solo i suoi contemporanei. La parola di Gesù continua a risuonare nella Chiesa e mantiene la stessa forza: «Il Vangelo [...] è po­tenza di Dio per la salvezza di chiunque crede».[51] Ogni volta che ascoltiamo le sante Scritture è Gesù che parla, e quando lui parla succede sempre qualcosa di nuovo. Non è però il suono materiale delle sillabe e delle parole che produce l’effetto. La parola di Dio ha bisogno di entrare nel cuore dell’uomo attra­verso il vero ascolto. È questo l’atteggiamento fondamentale del credente, già formulato nell’Antico Testamento: «Ascolta, Israele».[52] L’ascolto è sempre un’esperienza aperta che non può esaurirsi in se stessa, richiede la realizzazione della pa­rola udita. Non esiste vero ascolto senza risposta. Il metro che misura la verità del nostro ascolto è l’agire, la prassi. A questo proposito l’insegnamento dei rabbini coincide perfettamente con quello di Gesù: «Colui la cui conoscenza supera le sue azio­ni, a cosa si può paragonare? Ad un albero che ha molti rami, ma poche radici: quando viene il vento, lo sradica e lo abbat­te... Ma colui le cui azioni superano la sua conoscenza, a cosa si può paragonare? A un albero che ha pochi rami, ma molte ra­dici: potrebbero venire tutti i venti del mondo e soffiare contro di lui, ma non lo smoverebbero dal suo posto».[53] La salvezza è legata all’ascolto della Parola e all’impegno a metterla in pratica. Non basta «predicare» la Parola, bisogna «praticare» la Parola. Predicare la «Parola» è facile come sca­gliare pietre dall’alto di un campanile, metterla in pratica è dif­ficile come portare pietre a spalla fino in cima a un campanile. Il vero credente è colui che accoglie la Parola e s’impegna a tra­durla nella vita. Non c’è vero ascolto se la Parola ascoltata non diventa azione. È solo allora che la Parola dispiega tutta la sua forza e «compie in noi la sua corsa».[54]

 

Preghiera conclusiva

Non mancano le esperienze oscure

in cui entriamo liberamente,

un po’ per curiosità

e un po’ per scelta,

sicuri di poterle gestire e di uscirne

quando e come vorremo.

 

E invece, Gesù, finiamo per saggiare

le conseguenze dolorose

dei nostri sbagli:

credevamo di possedere

istanti esaltanti, un’ebbrezza magica

e finiamo con l’essere posseduti

da voglie insane,

da bramosie senza limiti,

posseduti dalle cose

accumulate senza ritegno,

posseduti da piaceri

a cui non mettiamo argini,

posseduti dal male

compiuto impunemente,

sporcati, resi impuri

fin nel profondo dell’anima.

 

Solo tu, Signore Gesù,

puoi strapparci alle catene

costruite con le nostre mani.

Solo tu puoi riportarci

sui sentieri abbandonati

con superbia ed arroganza,

illusi di poter farcela da soli.

Solo tu puoi donarci di nuovo

una pace da tempo sconosciuta.

 

La tua parola ci regala

uno sguardo limpido e un cuore retto.

Il tuo amore ridesta

la nostalgia di un’autentica libertà.

Amen.



[1]Mc 1,22.

[2]Cfr. Eb 1,1-2.

[3]Cfr. Rm 5,19.

[4] Spesso si parla di paradosso evangeli­co oppure di paradosso cristiano. Ma, possiamo chiederci, cosa intendiamo per «paradosso»? Il termine grecopa­ra.-do,xoj possiamo tradurlo con «lon­tano dalla comune opinione». Spesso la parola di Gesù si rivela come parola altra, fuori dalla comprensione comu­ne della gente. Il paradossale, allora, come notava Salvatore Natoli, La fe­licità. Saggio di teoria degli affetti, Fel­trinelli, Milano 1999, ha allora a che fare con lo straordinario, l’inatteso, ciò che nessu­no si aspetta. E difatti, la parola di Ge­sù provoca stupore (cfr. Mc 1,22) ma an­che sconcerto (cfr. Mc 1,27); è una parola avvertita come qualitativamente nuova (kaino,j) e sperimentata come efficace (cfr. Mc 1,27c). Il cristianesimo è perciò paradossale perché l’evento della sal­vezza irrompe ex alto (cfr. Lc 1,78-79) in maniera totalmente gratuita e straordi­naria; questo evento è dono e chiamata; è soprattutto una persona: Gesù Cristo.

[5]Cfr. Mc 1,21-35.

[6]Cfr. Mc 7,7.

[7]Cfr. Mc 7,5.

[8]Cfr. Mc 1,10.

[9]Cfr. Mc 1,11.

[10]Mc 1,24.

[11]Mc 1,25.

[12] Mc 1,26.

[13]PO, 2.

[14]Cfr. Eb 11,13.

[15] Dt 18,1­-14.

[16] Dt 18,15.18.

[17] Dt 18,18.

[18] Dt 18,20.

[19] Dt 18,19.

[20] Dt 18,20.

[21]Dt 18,21-22.

[22] Cfr. per es. Ez 1,1ss.

[23] Sal 94,1-2.

[24] Sal 94,6-7.

[25]Mas­sa = disputa; Meriba = tentazione.

[26] 1Cor 7,7; 12,7; 14,12.

[27] 1Cor 7,32.

[28] 1Cor 7,32.

[29] 1Cor 7,33.

[30] 1Cor 7,34a.

[31] 1Cor 7,34b.

[32] 1Cor 7,32.

[33] 1Cor 7,33.

[34] 1Cor 7,34.

[35] 1Cor 7,34.

[36]Cfr. 1Cor 7,1.8.26.

[37] 1Cor 7,35.

[38] Mc 1,21.

[39]Nel brano di oggi ritorna per tre volte: vv. 21.23.28.

[40] Mc 1,22; cfr. anche Lc 4,22.32.

[41] Mc 1,23.

[42]L’inde­moniato si esprime al plurale, a nome di tutte le potenze avver­se a Dio; cfr. Mc 1,24.

[43] Mc 1,25.

[44] Mc 1,23-24.26.

[45] Mc 1,26.

[46] Mc 1,27.

[47] Mc 1,27.

[48] Mc 1,25.

[49] Mc 1,22.

[50] Mc 1,27.

[51]Rm 1,16.

[52]Dt 6,4.

[53]Pirqe Avot, III, 22.

[54]Cfr. 2Tm 4,7.

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