01/02/2012
Presi per mano
Presi per mano
V Domenica Ordinaria “B”
5 febbraio 2012
«Andò per tuttala Galilea,predicandonelle loro sinagoghe...» (Mc 1,39)
Le letture
· Prima lettura: Gb 7,1-4.6-7;
· Salmo responsoriale: Sal 146,1-6;
· Risanaci, Signore. Dio della vita.
· Seconda lettura: 1Cor 9,16-19.22-23;
· Vangelo: Mc 1,29-39.
La casa di Simone, poi Pietro, è quasi la culla del vangelo nascente. Qui Gesù si trova di casa, qui opera uno dei suoi “segni” di liberazione, guarendo la suocera del padrone di casa. Il centro del messaggio sta in una frase: «La fece alzare» (h;geiren auvth.n).[1] L’espressione evoca l’azione di Dio che risusciterà Gesù stesso dalla morte e che fa rialzare anche noi, in ogni momento, perché possiamo intraprendere un cammino libero verso di lui. Anche il gesto di Gesù che «prende per mano» (krath,saj th/j ceiro,j) la donna evoca per noi la mano di Dio sempre disponibile a guidarci e a sorreggerci.
Nel discorso presso Cornelio, Pietro ricorda che Gesù «passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo, perché Dio era con lui».[2]
Con l’autorità messianica, che gli proveniva dal Padre,[3] Gesù ha operato efficacemente sull’uomo, liberandolo dalla schiavitù del male e del maligno. Il brano evangelico odierno[4] ne fa fede, collocato all’interno della giornata di Cafarnao,[5] che presenta Gesù dapprima come maestro autorevole[6] e poi esorcista potente,[7] evidenzia la sua potenza taumaturgica[8] e il suo afflato orante.[9]
ØA letto con la febbre.
Dopo aver liberato l’uomo nella sinagoga da uno spirito impuro, Gesù si reca in casa di Simone. Notiamo anzitutto il duplice «subito» (euvqu,j).[10] Questo avverbio l’abbiamo trovato anche nell’episodio della sinagoga.[11] È evidente che questo elemento crea un parallelo tra i due episodi. Nella sinagoga Gesù aveva operato una liberazione, come abbiamo già detto, da uno spirito impuro (malattia psichica); qui, invece, nella casa di Simone, assistiamo ad una liberazione dalla febbre (malattia fisica). Nel primo caso abbiamo un uomo restituito al suo equilibrio psicologico, nel secondo una donna guarita da un’infermità.
Possiamo cogliere nell’immagine dell’uomo e della donna, nella malattia psichica e fisica, le polarità umane riconciliate. I due episodi vanno perciò letti assieme.
Della malattia della suocera di Simone, Gesù è informato da coloro che potremmo definire i «collaboratori anonimi».[12] Chi sono? Non è detto. Questi intermediari sono importanti e ricorrono con frequenza nel Vangelo di Marco.[13] A primo acchito ci si chiede come mai Marco dia tanta importanza ad un fatto di per sé banale: una donna a letto con la febbre non è una catastrofe. A ben guardare, però, non è così irrilevante. Intanto, perché questa donna è a letto e proprio con la febbre? Bisogna sapere che la febbre era vista come un castigo per chi era infedele all’alleanza.[14] Questa donna vive allora uno stato d’infedeltà a Dio; infedeltà che genera paralisi (era a letto). Al di fuori del rapporto con Dio si cade nella paralisi spirituale e questo perché vittime di una forza nemica che inchioda alla propria impotenza. In questa donna, presa come immagine simbolica, la comunità che segue Gesù (oggi è la comunità cristiana) è chiamata a riconoscere se stessa, e a verificare, se necessario, se tanta sterilità – nelle sue molteplici espressioni – non derivi forse da un’infedeltà al Vangelo.
ØLa forza liberante di Gesù.
Gesù interviene e lo fa attraverso tre azioni precise. «Egli si avvicinò»: questa espressione la troviamo, in tutto il Vangelo di Marco, solo qui. Gesù è il buon samaritano che davanti al ferito s’accosta mosso da compassione. «La fece alzare»: il verbo evgei,rwè lo stesso che gli evangelisti usano per la risurrezione di Gesù. Questa guarigione è già nella dinamica della risurrezione, quindi della vita. È una guarigione fisica che attesta una salvezza dal peccato. «Prendendola per mano»: questo gesto non vuol solo rialzare una persona malata dal proprio letto; è un gesto che strappa da una situazione, un gesto con finalità di liberazione. L’esperienza della salvezza ottenuta porta la donna al ringraziamento mediante il servizio. Il servizio allora consegue ad un’azione sanante e purificante di Dio; la diakoni,a cristiana è il frutto di una libertà ottenuta.
Alla sera di quello stesso giorno, davanti alla porta di Simone s’accalca una grande folla di malati e indemoniati. Tutti vogliono essere risanati da Gesù. Ed egli ne guarisce molti, ma non tutti. La giornata di Cafarnao è stata densa di avvenimenti importanti, una sorta di primavera dove è parso a molti che un qualcosa di nuovo è iniziato.
ØNel deserto, in preghiera.
Dopo questi fatti abbiamo un passaggio molto brusco di scena: dalla folla al deserto. Marco nota che Gesù si alzò al mattino «quando ancora era buio»;[15] questa indicazione ha una valenza negativa per l’Evangelista.[16] Il ritiro nella solitudine, dopo la laboriosa giornata, ci rimanda ad un altro ritiro di Gesù, quello che è seguito al suo battesimo.[17]Si afferma inoltre che Gesù pregava.[18]
In tutto il Vangelo, Marco presenta Gesù in preghiera solo tre volte: qui, dopo la prima moltiplicazione dei pani[19] e nel Gethsèmani.[20] Non si specifica nel nostro brano cosa abbia detto, ma lo si deduce bene dal contesto. Gesù ha operato prodigi e la folla è accorsa a lui numerosa.[21] Il successo ottenuto è però avvertito da Gesù come un’insidia, una sottilissima tentazione: quella del messianismo miracolistico e trionfale. Ecco allora che egli si ritira nel silenzio per non cedere a questa lusinga e rimanere nella volontà del Padre. Certo, questo provoca la delusione dei suoi discepoli, una delusione ben sintetizzata nell’espressione di Simon Pietro, che dopo averlo trovato gli dice, non senza una venatura di rimprovero: «Tutti ti cercano!».[22]
Osserva l’esegeta R. Snackenburg che i suoi discepoli «occupati da pensieri umani come il resto della folla o, per meglio dire, privi di riflessione e di quell’interiore vigilanza che possedeva il loro Maestro, vengono a prenderlo per farlo “ritornare sui suoi passi”, egli però rimane fermo nella sua decisione».[23] Gesù ribatte: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto».[24] Gesù non è venuto solo per alcuni, ma per tutti; non è venuto ad annunciare la Buona Novella solo in un luogo, ma dappertutto. Egli perciò è sempre oltre, altrove.
ØIl credente nel mondo.
Anche il cristiano, come il suo Signore, deve porsi tra i suoi fratelli come un sacramento di salvezza. Per fare questo non è necessario operare miracoli... basta dedicare più tempo alle persone che condividono la stessa vita, accorgersi e soccorrere i tanti Lazzaro che forse giacciono alle nostre porte, porsi in modo costruttivo all’interno di tante compagini sociali ed ecclesiali alimentando speranza e fiducia.
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Interpretare i Testi
Prima lettura
Ricòrdati che un soffio è la mia vita
Gb 7,1-4.6-7
Giobbe parlò e disse: 1«L’uomo non compie forse un duro servizio sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?
2Come lo schiavo sospira l’ombra e come il mercenario aspetta il suo salario, 3così a me sono toccati mesi d’illusione e notti di affanno mi sono state assegnate.
4Se mi corico dico: “Quando mi alzerò?”. La notte si fa lunga e sono stanco di rigirarmi fino all’alba.
6I miei giorni scorrono più veloci d’una spola, svaniscono senza un filo di speranza.
7Ricòrdati che un soffio è la mia vita: il mio occhio non rivedrà più il bene».
Il libro di Giobbe è una lunga meditazione sul destino dell’uomo e, in particolare, sulla presenza e sul significato del dolore. Il problema non viene risolto con una risposta diretta e definitiva, ma viene posto con una sensibilità nuova, in contrasto con la risposta tradizionale e un po’ semplicistica. Nel mondo antico era molto diffusa la convinzione che una vita prospera e felice fosse il premio per coloro che temevano Dio, mentre gliempi erano puniti con calamità, sventure e malattie. L’autore del libro di Giobbe è insoddisfatto di questa soluzione e rappresenta la ricerca ansiosa e tormentata dello spirito umano tesa a trovare una spiegazione che possa maggiormente soddisfare il suo anelito alla felicità e alla pace.
Scritto durante l’esilio babilonese o poco più tardi, il libro di Giobbe non è solo l’espressione di un dolore individuale, ma anche l’eco dolorosa di un popolo profondamente traumatizzato dall’esilio, dalla distruzione della città santa e del tempio, e dalla scomparsa delle istituzioni sulle quali si era basata la sua vita civile e religiosa. Come Giobbe, Israele è un popolo che si sente agonizzare: «Ecco, essi vanno dicendo: “Le nostre ossa sono inaridite, la nostra speranza è svanita, noi siamo perduti”».[25] La situazione della comunità israelitica era simile a quella di un cadavere, le cui ossa aride erano sparse per la pianura.[26] Non ci si deve attendere che Giobbe, abbandonato in un mare di dolori, conservi perfettamente il suo equilibrio: le sue reazioni seguono piuttosto la legge del pendolo che passa da un estremo all’altro. A volte, la vita gli pare insopportabile e desidera che passi presto per potersi riposare tranquillo nel silenzio dello Sheôl. Anzi, egli maledice il giorno della sua nascita e amerebbe vederlo scomparire dal calendario.[27] Altre volte – e questo è il caso del brano di oggi – gli pare che i giorni s’incalzino con eccessiva rapidità e il pensiero della morte lo spaventa.
Il nostro brano è parte del lamento che Giobbe rivolge a Dio: da esso traspare una visione della vita segnata dalla caducità e dalla sofferenza. La condizione dell’uomo sulla terra è ingrata ed umiliante. Giobbe paragona la vita dell’uomo a quella del mercenario e dello schiavo che consumano la loro vita al servizio di altri e si devono accontentare – nella migliore delle ipotesi – di un salario molto ridotto. Quanto a lui, Giobbe – che pur si può dichiarare giusto e leale[28] – si vede come un uomo amareggiato dalla delusione e dall’insoddisfazione,[29] un corpo piagato e destinato alla corruzione e alla morte,[30] una vita che scorre verso il suo termine senza motivi di speranza e di consolazione.[31]
Sembra una visione squallida e pessimistica, ma dall’anima angosciata di questo «giusto» che soffre, sale un’invocazione a Dio: «Ricòrdati che un soffio è la mia vita».[32] Si apre uno spiraglio di luce: se l’uomo si rivolge a Dio, vuol dire che in lui è possibile una risposta di speranza e di salvezza, anche se non ancora pienamente rivelata e conosciuta.
Salmo responsoriale
Risanaci, Signore, Dio della vita.
Sal 146,1-6
È bello cantare inni al nostro Dio,
è dolce innalzare la lode.
Il Signore ricostruisce Gerusalemme,
raduna i dispersi d’Israele.
Risana i cuori affranti
e fascia le loro ferite.
Egli conta il numero delle stelle
e chiama ciascuna per nome.
Grande è il Signore nostro,
grande nella sua potenza;
la sua sapienza non si può calcolare.
Il Signore sostiene i poveri,
ma abbassa fino a terra i malvagi.
Il Sal 146 invita a lodare la bontà di Dio che si è manifestata nella storia con le opere di salvezza compiute a favore del suo popolo.[33] Il Signore ha ricostruito Gerusalemme e vi ha radunato gli esiliati. La celebrazione della sapienza e potenza divina presenta Dio come architetto che conta le stelle e le chiama per nome. Quale sarà l’atteggiamento dell’uomo davanti a un Dio così grande e presente nella creazione? Sarà quello di cantare e confessare umilmente la sua grandezza e di stare umilmente davanti a lui: «Grande è il Signore... il Signore sostiene i poveri».[34] Un giusto realismo che ci fa riconoscere la nostra povertà e ci porta a domandare al Signore ciò che non è in nostro potere.
Seconda lettura
Servo, per guadagnare tutti a Cristo
1Cor 9,16-19.22-23
Fratelli, 16annunciare il Vangelo non è per me un vanto, perché è una necessità che mi si impone: guai a me se non annuncio il Vangelo!
17Se lo faccio di mia iniziativa, ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. 18Qual è dunque la mia ricompensa? Quella di annunciare gratuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi dal Vangelo.
19Infatti, pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero. 22Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. 23Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io.
Le norme morali del cristiano non sono nate di getto, sono sorte da circostanze precise e sono sempre state dettate dalla carità e dal desiderio di unità. La comunità di Corinto ne offre un concreto esempio; come pure lo offre l’agire di Paolo. Sui mercati si vendeva carne di animali sacrificati agli idoli. Di qui un problema di coscienza: è lecito mangiarne? Dato che gli idoli non esistono, si agisca pure con libertà.[35] Si dà però il caso che ci siano fratelli che continuano a considerare immonde quelle carni e si scandalizzano dei fratelli che ne mangiano. Costoro sono certamente deboli nella fede. Allora il dovere morale del forte nei riguardi del debole sarà quello di «astenersi dal mangiare carne». La carità detta così la concreta norma morale.[36]
Per convalidare questo principio, l’apostolo porta il proprio esempio.[37] Come apostolo, egli avrebbe una quantità di privilegi e di diritti, come quello di portare con sé una donna credente per essere assistito nelle necessità domestiche[38] o quello di farsi sostenere dalla comunità secondo il diritto che il Signore stesso ha concesso agli annunciatori del vangelo;[39] eppure egli non ha mai usato di questi privilegi, né intende usarli per l’avvenire.[40] Il dono dell’apostolato è gratuito, ed egli intende esercitarlo gratuitamente.[41] L’origine del suo essere apostolo non è una sua passione o un suo sfizio, ma un essere stato preso da una forza più grande di lui che lo ha fatto suo. Ora non può più sottrarvisi: predicare il vangelo è per lui «una necessità». Non si sente come uno che si propone con delle sue abilità per le quali pretendere un salario o un prezzo. È come uno schiavo che appartiene al suo padrone e quindi deve lavorare «gratuitamente». Questo suo modo di sentirsi apostolo potrebbe far pensare che l’aver abbracciato la fede cristiana gli abbia tolto la libertà. Allora aggiunge subito: «Pur essendo libero da tutti mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero». Paolo proclama a chiare lettere che la sua condizione di apostolo non proviene da alcuna costrizione esterna, ma ha la sua radice nell’amore per gli uomini che gli è stato dato come dono dal Cristo. Questa è la forza che gli ha fatto consacrare la sua libertà al servizio del vangelo. Egli rinuncia ai suoi diritti, alla sua libertà, «per farsi servo di tutti»,[42] «debole per i deboli»,[43] per guadagnare tutti a Cristo. Egli deve agire così, se vuole diventare partecipe[44] dei beni promessi dal vangelo. È l’amore e il desiderio della salvezza dei fratelli che hanno dettato a Paolo la norma concreta del suo agire.
Un’ultima annotazione definisce la qualità del suo farsi servo: come Cristo pur essendo di natura divina ha assunto la condizione di servo, così Paolo per «condividere il vangelo» si è fatto «debole per i deboli, per salvare a ogni costo qualcuno».[45]
Vangelo
La fece alzare prendendola per mano
Mc 1,29-39
In quel tempo, 29Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. 30La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. 31Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
32Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. 33Tutta la città era riunita davanti alla porta. 34Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
35Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. 36Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. 37Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». 38Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
39E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.
La cosiddetta giornata di Gesù[46] è inclusa tra due momenti dedicati alla preghiera: quella pubblica nella sinagoga (dove Gesù insegna) e quella privata nella solitudine di un luogo deserto. Inoltre, si svolge in due spazi tipici della vita quotidiana: la casa, spazio della vita privata con l’intimità e gli affetti che la caratterizzano, e la porta della città, spazio per eccellenza della vita pubblica. L’annuncio della parola, le guarigioni e la preghiera sono le azioni dominanti. Il brano presenta tre momenti: Gesù guarisce la suocera di Simone;[47] la sera, dopo il tramonto del sole, guarisce molti malati;[48] il mattino seguente si porta a pregare in un «luogo deserto» per prepararsi a un nuovo annuncio missionario.[49]
Gesù ha da poco cominciato la sua missione; ora, nella casa di Pietro, compie uno dei primi miracoli, uno di quei gesti che parlano della vicinanza di Dio a chi si trova in stato di bisogno e di necessità. Il Maestro agisce nell’intimità di una casa, intimità accresciuta dal fatto che in quella casa Gesù ha scelto due figli, Pietro e Andrea. La casa di Simone è quasi la culla del Vangelo nascente, qui la buona notizia è data non solo ai dodici, che poi saranno i testimoni ufficiali, ma anche a una donna di cui poi non sappiamo più nulla e che tuttavia, per le poche cose che ci vengono dette, diventa un modello di come avviene e cosa può produrre l’incontro con Gesù.
In un ambiente e per una mentalità che considerava la malattia come «segno» e conseguenza del peccato,[50]la guarigione istantanea della suocera di Pietro[51] acquista il significato evidente di una vittoria sul potere della morte e del peccato; è quindi una nuova rivelazione del potere divino di Gesù e della sua misericordia per i peccatori.
Il momento più importante della breve comparsa della suocera di Pietro sta nel v. 31: «Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò».[52] Il centro del brano sta in quel «la fece alzare»: la malattia e la morte manifestano il potere del demonio, ogni guarigione quindi è una vittoria contro le forze del male. Nella guarigione della suocera di Pietro è all’opera la stessa forza che agirà nella risurrezione di Gesù. Il verbo «alzare» (in greco:evgei,rein) è lo stesso verbo usato per la risurrezione di Gesù. Anche il gesto della mano di Gesù ha la sua importanza: la mano di Gesù è per questa donna la stessa mano di Dio che interviene a liberarla.[53]
Marco oppone alla sinagoga, da cui Gesù è appena uscito, la casa di Pietro, immagine visibile della Chiesa, della comunità cristiana. Nella Chiesa il credente può sempre, e nuovamente, entrare in contatto con la potenza guaritrice di Gesù. La sua parola e i gesti sacramentali rendono sempre attuale la forza risanatrice della mano di Gesù.
La suocera di Simone, liberata dalla febbre, si alza per servire Gesù e i discepoli. Il verbo «servire» (in greco: diakone,w) è lo stesso che esprimerà il servizio del dare la propria vita da parte di Gesù: «Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti»![54] La suocera di Pietro è entrata nella stessa logica che guida la vita di Gesù, per questo è degna di essere ricordata come immagine di quel servizio reciproco che è la base del vivere ecclesiale. Se Gesù libera, guarisce, risuscita è per rendere l’uomo capace di servizio, e di un servizio duraturo, come appare dal verbo greco all’imperfetto («li serviva»). Dall’incontro con lui si esce liberati e, proprio per questo, liberi di servire, come Gesù.
Importanti sono anche gli altri due brevi segmenti del racconto: le guarigioni[55] e la preghiera di Gesù.[56] La gente non ha potuto condurre a Gesù i malati durante il sabato, a motivo del riposo, ma a sera, quando il riposo è finito, quella piccola piazza davanti alla casa di Simone si riempie di poveri che chiedono guarigione e aiuto. È l’intera città che, secondo Marco, si raduna davanti alla porta, una città che si presenta con i suoi malati a testimoniare la drammaticità dell’esistenza quotidiana; è evidente l’intenzione polemica nei confronti di una concezione legalistica del sabato, per la quale un’istituzione che prefigura il riposo e la pace alla quale Dio chiama l’uomo impedisce ai malati di accostarsi a Gesù, l’inviato di Dio. La legge di Dio non può essere intesa come una oppressione che mantiene l’uomo nella sua miseria. Dio ha il volto di Gesù che va incontro a quell’umanità infelice.
Infine, la preghiera solitaria di Gesù, al mattino presto, richiama l’atteggiamento del pio israelita che, fedele all’insegnamento biblico, prolunga la sua preghiera tutta la notte[57] e desidera essere in preghiera al sopraggiungere del nuovo giorno.[58] Nel contesto in cui Marco la rievoca, la preghiera di Gesù ha anche un chiaro valore di contestazione: mentre Pietro, e gli altri che lo cercano, vogliono mettere Gesù al servizio dei loro piani di gloria, Gesù ritrova ogni volta nella preghiera il vero orientamento della sua vita. Lo si vede dalla risposta che dà ai discepoli: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!»,[59] espressione, quest’ultima, che fa chiaramente riferimento alla missione che gli è stata affidata e alla quale deve obbedire. È curioso notare che Pietro, in questa situazione, si trova dalla stessa parte dei demoni: mentre apparentemente ricerca Gesù per dirgli che tutti lo vogliono, in realtà manifesta di essere vittima di quella mentalità amante del successo che gli meriterà più tardi il titolo di «Satana».[60] Gesù invece è sempre intento a svolgere la sua missione, compito che non lo lascia mai prigioniero di nessun posto e di nessun gruppo umano. Di qui la sua prontezza e decisione nello scegliere senza equivoci la via segnata dal Padre per la sua missione. Di fronte all’entusiasmo della gente che lo cerca e aspetta nuovi miracoli (perché in fondo ha già intuito che da quell’uomo viene la salvezza), e di fronte all’insistenza dei discepoli che vorrebbero farlo tornare indietro,[61] Gesù è deciso a non far concessioni: egli è uscito dal Padre[62] per annunciare a tutti il tempo della salvezza e l’avvento del regno. Perciò si dirige verso altre località, perché il vangelo deve essere annunciato a tutti. Il suo discepolato, a differenza di quello dei rabbini, è itinerante. Sta qui una delle ragioni del fascino di questo brano: un Gesù sempre in attività, ma che si ferma per chi ha veramente bisogno di lui. Egli ha fretta, ma ha anche tempo per gli uomini. È l’urgenza del Regno, che vince la fretta dell’inquietudine, ma rende disponibili di fronte alle povertà del prossimo.
Preghiera conclusiva.
La tua giornata a Cafarnao,
Gesù, ci mostra qual è l’anima segreta
della tua missione.
Tu non sei venuto a compiere
un viaggio frettoloso in mezzo a noi,
ma per condividere da vero fratello
la nostra condizione di uomini
segnati dalla fragilità,
sottomessi al peccato,
prigionieri della sofferenza,
umiliati da fardelli troppo pesanti.
Tu sei venuto per strapparci
a tutto ciò che deturpa e devasta
la nostra esistenza
e per farci assaporare
la dignità e la grandezza
di una nuova identità,
quella di figli oggetto
di una bontà e di una misericordia sconfinate,
quella di fratelli chiamati
alla generosità e al perdono.
Ecco perché nella dura lotta
che ingaggi contro il male
tu hai bisogno più che mai
di tener costantemente desta
la tua relazione con il Padre.
È il suo amore, infatti,
a muovere ogni tuo gesto,
ad ispirare ogni tua parola.
È il suo disegno di salvezza
che tu vuoi portare a compimento.
È il suo volto che desideri
rivelare ad ognuno di noi.
Amen.
[1] Mc 1,31.
[2] At 10,38.
[3] Cfr. Mc 1,27; 2,10.
[4] Cfr. Mc 1,29-39.
[5] Cfr. Mc 1,21-29.
[6] Cfr. Mc 1,22.
[7] Cfr. Mc 1,23-26.
[8] Cfr. Mc 1,31.
[9] Cfr. Mc 1,35.
[10] Cfr. Mc 1,29-30.
[11] Cfr. Mc 1,21.
[12] Cfr. Mc 1,30.
[13] Cfr. Mc 1,30.32; 7,32; 8,22.
[14] Cfr. Lv 26,16; Dt 28,22.
[15] Mc 1,35.
[16] Cfr. Mc 4,35; 6,47; 14,17; 15,42.
[17] Cfr. Mc 1,12-13.
[18] Mc 1,35.
[19] Mc 6,46.
[20] Mc 14,32.
[21] Cfr. Mc 1,33.37.
[22] Mc 1,37.
[23] R. Snackenburg, Vangelo secondo Marco, I, Commenti spirituali del Nuovo Testamento, Città Nuova Editrice, Roma 19733, p. 56.
[24] Mc 1,38.
[25] Ez 37,11.
[26] Cfr. Ez 37,1-14.
[27] Gb 3,20-23.
[28] Cfr. Gb 6,28-30.
[29] Gb 7,3-4.
[30] Gb 7,5-6.
[31] Gb 7,7-11.
[32] Gb 7,7.
[33] Sal 146,2-6.
[34] Sal 146,6.
[35] 1Cor 8,1-6.
[36] 1Cor 8,7-13.
[37] 1Cor 9.
[38] 1Cor 9,5.
[39] 1Cor 9,714.
[40] 1Cor 9,15.
[41] 1Cor 9,16-18.
[42] 1Cor 9,19.
[43] 1Cor 9,22.
[44] 1Cor 9,23.
[45] 1Cor 9,22.
[46] Mc 1,21-39.
[47] Mc 1,29-31.
[48] Mc 1,32-34.
[49] Mc 1,35-39.
[50] Cfr. Gv 9,2.
[51] Mc 1,30-31.
[52] Mc 1,31.
[53] Sal 73,23: «Tu mi hai preso per la mano destra».
[54] Mc 10,45.
[55] Mc 1,32-34.
[56] Mc 1,35-38.
[57] Sal 16,7-8; 134,1.
[58] Sal 57,9: «Svegliati, mio cuore, voglio svegliare l’aurora».
[59] Mc 1,38.
[60] Mc 8,33.
[61] Mc 1,36-37.
[62] Mc 1,38b; cfr. Gv 13,3; 16,28.
10:16 Scritto da: donulderico in Lectio Divina - Don Ulderico Ceroni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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