08/02/2012

Dio della compassione

Dio della compassione

 

VI domenica del Tempo Ordinario “B

 

12 febbraio 2012

 

«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio...» (Mc 1,40)

 

Le letture

 

·      Prima lettura: Lv 13,1-2.45-46;

·      Salmo responsoriale: Sal 31,1-2.5.11;

·      Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

·      Seconda lettura: 1Cor 10,31-11,1;

·      Vangelo: Mc 1,40-45.

 

L’esperienza della malattia e della sofferenza è sempre qualcosa di cui non riusciamo a comprendere pienamente il senso. E tuttavia nel van­gelo troviamo una indicazione chiara: Dio non ama la sofferenza. Gesù ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l’uo­mo, non è voluta da Dio, è un momento di prova. Lottare contro di essa non solo è legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. La figura del lebbroso, nella prima lettura e nel vangelo, è l’immagine dell’uomo escluso che solo in Dio può trovare la sua difesa.

Mentre Gesù è sulle strade della Galilea, ecco un lebbroso ve­nire a lui. La lebbra, come è no­to, era considerata un castigo divino[1] e comporta­va un duplice isolamento: dal culto e dal consorzio umano. Il lebbroso diviene così l’icona dell’uomo peccatore, maledet­to, impuro, abbandonato da Dio, e disprezzato dagli uomini.

 

ØGesù e il lebbroso.

Quest’uomo malato, stando al racconto evangelico di que­sta domenica, ha però una grande fiducia in Gesù e lo pre­ga di essere sanato per ritorna­re a vivere: «Se vuoi, puoi puri­ficarmi!».[2] Con questa domanda, egli riconosce che Gesù ha un potere che spetta solo a Dio.[3] Come reagisce Gesù? Marco evidenzia anzitutto che «ne ebbe com­passione».[4] Nel NT «il provare compassione» è appli­cato solo a Gesù (e a Dio). Nel­la letteratura del tempo signifi­cava la profonda tenerezza di­vina verso l’uomo bisognoso e indigente. Marco attribuisce così una qualità di Dio a Gesù. Difatti, egli è il Figlio[5] e nei suoi sentimenti vediamo gli stessi sentimenti di Dio. Al­cuni codici al posto di «ne ebbe compassione» leggono «si adi­rò/adiratosi». Possiamo coglie­re qui l’ira divina contro il male che ferisce e umilia l’uomo. La stessa reazione la troviamo quando Gesù è davanti al sor­domuto[6] e in parti­colare di fronte alla morte di Lazzaro.[7] Dalla compassione, Gesù passa poi ad un gesto estremamente elo­quente: tocca l’impuro. «Tese la mano, lo toccò».[8] Gesù non teme né il contagio né di disobbedire alla Legge, che vie­tava ogni contatto con i lebbro­si. Diremo di più: toccando l’in­toccabile, egli annulla il carat­tere teologico dell’impurità. Se è vero che Gesù «trasgredisce» la Legge, come dicevamo, è al­trettanto vero però che egli ci rivela il cuore stesso della Leg­ge: la vita dell’uomo.

C’è infine una sua parola au­torevole: «Lo voglio, sii purifica­to!».[9] Gesù non esaudi­sce solamente una richiesta ma vuole lui stesso che quest’uo­mo sia sanato.

 

ØIl segreto messianico.

Dopo questo, Gesù rimanda il lebbroso ormai guarito al sa­cerdote, l’unico che poteva di­chiararlo mondo.[10] Gesù obbedisce alla Legge di Mosè e invia quest’uomo all’unica autorità legalmente au­torizzata a riconoscere l’avve­nuta guarigione e quindi il ritor­no alla vita civile e liturgica. L’ingiunzione finale al silenzio appare strana.[11] La ritro­veremo anche nel racconto della risurrezione della figlia di Giairo,[12] alla guarigio­ne del sordomuto,[13] e nell’episodio del cieco di Bet­saida.[14] È il «segreto messianico», concernente la sua identità e missione. Il segre­to messianico manifesta la vo­lontà di Gesù di andare incon­tro alla passione; egli è il Mes­sia che deve morire, e sarà sulla croce, in quella morte obbro­briosa, che dovrà essere rico­nosciuto nella fede.[15] È solo la fede che rico­nosce in Gesù crocifisso il Figlio di Dio;[16]è solo la fede che accoglie in Gesù il profeta potente anche quando non avrà più parola; è solo la fede che professa il Ku,rioj nell’Uomo morente sulla croce.

 

ØIl Cristo solidale.

Nella figura del lebbroso la tradizione cristiana ha scorto il Messia. San Girolamo, nella Vulgata, traduce Is 53,4 con «Et nos putavimus eum quasi le­prosum». II Messia-Servo porta perciò le malattie di tutti gli uomini, anche la lebbra, tanto che Matteo conclude la giorna­ta di Cafarnao annotando: «Ve­nuta la sera, gli portarono mol­ti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tut­ti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mez­zo del profeta Isaia: Egli ha pre­so le nostre infermità e si è ca­ricato delle nostre malattie».

Gesù condivide l’umiliazio­ne dell’uomo, di cui il lebbroso è emblema. Meglio, egli si iden­tifica con esso. Sintomatico il fatto che Marco concluda il racconto scrivendo che Gesù «non poteva più entrare pubbli­camente in una città, ma rima­neva fuori, in luoghi deserti».[17] Marco intende forse qui richiamare lo statuto del leb­broso? Leggiamo in Levitico: «Il lebbroso... se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamen­to».[18] Gesù ha mondato il lebbroso ed è divenuto lui stesso leb­broso. Ora ne patisce l’emargi­nazione. Ma ciò non meraviglia; egli, come ci ha ricordato sopra Isaia, si è caricato delle nostre infermità ed è venuto per dare la sua vita in riscatto per molti.[19] Quello che allora era prefigurato al Giordano, qui è ulteriormente dichiarato. Ma non è tutto. Alla vigilia della sua passione, Gesù si recherà a Betània in casa di un certo Si­mone il lebbroso: qui sarà unto per la sepoltura. Nella casa di Simone, che fu lebbroso, si an­nuncia la morte di Gesù: «Man­cavano due giorni alla Pasqua».[20] Non c’è salvezza sen­za dono della vita. Ai Dodici, Gesù darà il comando di guari­re i lebbrosi,[21] di con­tinuare tra gli uomini la sua opera di salvezza.

 

Ø«E usai loro misericordia».

Significativa, al riguardo, è l’esperienza di Francesco d’As­sisi. Come è noto, il suo cam­mino cristiano passa attraver­so l’accoglienza del fratello lebbroso nel quale, seppur co­perto da un manto di fragilità, è vivo e presente il Signore. Finché per Francesco rimane determinante l’apparenza (una realtà insopportabile, un uo­mo orribile a vedersi) egli non riesce a fare il grande passag­gio: ritrovare l’uomo dove è veramente, in Cristo. Questo dramma Francesco lo risolve inizialmente con la fuga. Suc­cessivamente però, fedele ad una promessa, supera se stes­so e abbraccia il lebbroso e, stando al suo biografo, il Celano, ne bacia persino la mano, riconoscendo così in quelle fe­rite le stimmate stesse del Cri­sto. Dal lebbroso, Francesco è ricambiato con un bacio di pa­ce. Ripensando a quell’incon­tro, il Santo scriverà nel Testa­mento: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai miseri­cordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava ama­ro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».

Per Francesco, l’uomo è una immagine di Cristo che tende alla somiglianza. Certo, sovente l’immagine è irriconoscibile ma l’accoglienza e l’amore possono resuscitarne lo splendore. Il ri­schio è sempre quello di identi­ficare il male di una persona con la persona stessa. In quel caso non si permette più la sua rinascita ma se ne decreta anti­cipatamente la fine.

 

Interpretare i testi

 

Prima lettura

 

Sarà impuro finché durerà in lui il male

Lv 13,1-2.45-46

1Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: 2«Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.

45Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; vela­to fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”.

46Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».

 

Il libro del Levitico è una testimonianza significativa delle preoccupazioni religiose della comunità ebraica ricostituitasi dopo l’esilio, e in particolare delle esigenze severe che si erano fatte strada in fatto di purità cultuale.[22] Il peso che esse avevano sul piano religioso si capisce meglio se si conside­rano come risposta e salvaguardia dell’esigenza di santità che Dio aveva posto a fondamento dell’alleanza.[23] È comprensibile che dopo la triste esperienza dell’esilio siacuisca la preoccupazione di precisare la dottrina riguardante il peccato dell’uomo, l’espiazione, la purificazione per mezzo dei sacrifici e la riammissione nell’alleanza.

Il testo di oggi appartiene alla sezione relativa alla legge del­la purità e comprende alcune prescrizioni per i malati di lebbra. Circa il nome della malattia bisogna ricordare che la lebbra non aveva un significato così preciso e specifico come ha per noi og­gi, ma si riferiva più in generale a qualsiasi malattia della pel­le. Di qui la necessità d’accertare, in ogni caso particolare, se si trattasse di malattia contagiosa o no. Per quanto riguarda il significato attribuito alla lebbra (e ad altre malattie analoghe), essa non è mai considerata solo e principalmente da un punto di vista medico, ma riveste un carattere prevalentemente religioso.

Trattandosi di una malattia ritenuta inguaribile e contagio­sa, la lebbra è per Israele segno del male morale (il peccato) e esempio tipico del conseguente castigo di Dio. Questa conce­zione la vediamo riassunta nella figura del Servo di Jhwh: egli si presenta con l’aspetto di un lebbroso, perché si è addossato tutti i peccati degli uomini e, conseguentemente, il loro castigo.[24] In questo quadro era del tutto logico che i casi di lebbra fossero di competenza dei sacerdoti.[25] L’at­to del malato di portarsi dai sacerdoti significava una presa di coscienza della propria condizione di malato-peccatore. Se una persona era riconosciuta affetta da lebbra, veniva dichiarata im­pura ed era costretta a vivere ai margini della comunità per non contaminare gli altri. Non si trattava solo di una misura profi­lattica, questo isolamento era finalizzato a preservare la santità del popolo di Dio. L’isolamento comportava l’esclusione dalla vita sociale e cultuale: «Sarà impuro finché durerà in lui il ma­le; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».[26] L’esclusione e l’isolamento dalla vita familiare, sociale e religiosa erano vissuti anche come esclusione dalla comunione con il Signore, in quanto la malattia – come già abbiamo detto – era ritenuta un castigo causato da un peccato. La possibilità di guarigione non era del tutto esclusa e, in tal caso, diventava segno del perdono di Dio.[27] Anche in questo caso bisognava presentarsi ad un sacerdote, il quale verificava la scomparsa del male. Compiuti i riti d’espiazione e di purificazione, la persona guarita veniva dichiarata di nuovo pura (cioè purificata dal male e dal peccato), e veniva riam­messa nella comunità del popolo di Dio. Guarire dalla lebbra significava riammissione alla vita familiare, sociale e religiosa, era quindi motivo di grande gioia per la salvezza riottenuta. La guarigione dalla lebbra, più delle altre malattie, acquisterà il si­gnificato simbolico di perdono del peccato e gioia per la salvez­za ritrovata.

 

Salmo responsoriale       

 

Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.

Sal 31,1-2.5.11

Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.

Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.

Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!

 

Il Salmo 31 è il can­to di riconoscenza di un uomo che ha ottenuto il perdono.[28] Egli sente il bisogno di comunicare pubblicamente il sen­so di liberazione e di pace che lo pervade. Alla triste esperienza della colpa[29] è subentrata la conversione e la confessio­ne del peccato.[30] Dio ha risposto con grande misericordia, concedendo il perdono.[31] L’esperienza del salmista è propo­sta come incoraggiamento: se peccatore si pente, potrà gusta­re la gioia del perdono e dell’amore misericordioso di Dio.[32] Questa gioia la sperimentiamo anche noi partecipando alla celebrazione eucaristica: nel momento in cui ci riconosciamo peccatori, ci accostiamo con fiducia alla sorgente della grazia, partecipiamo al sacrificio di Cristo che ci purifica dal male e ci dona la gioia di una vita rinnovata.

 

Seconda lettura

 

Non siate motivo di scandalo

1Cor 10,31-11,1

Fratelli, 10,31sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra co­sa, fate tutto per la gloria di Dio. 32Non siate motivo di scandalo né ai Giu­dei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; 33così come io mi sforzo di piacere a tut­ti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giunga­no alla salvezza.

11,1Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.

 

Il brano di oggi non è altro che la conclusione del tema svi­luppato domenica scorsa, quello della libertà temperata dalla carità.[33] Nel c. 10 Paolo ha però concretizzato assai meglio il comportamento cristiano riguardo alle carni offerte agli idoli: il cristiano non può mangiarle in un banchetto sacro;[34] se invece sono state comperate sul mercato, ci si re­goli con tutta libertà, cercando solo di non offendere la sen­sibilità altrui, di evitare di scandalizzare il fratello.[35] Ma qual è il principio fondamentale che regola l’agire cristiano? Si è già accennato al principio della carità e al dovere di mantenere l’unità tra i cristiani. Qui si aggiunge quello del­la «gloria di Dio».[36] La ricerca di questa gloria è possibile solo se, mossi dalla carità, si evita lo scandalo dei fratelli e della Chiesa di Dio.[37]

I Corinzi erano tentati di vivere in modo emancipato la loro fede, senza tener conto dei fratelli di fede. «Non siate motivo di scandalo».[38] Lo scandalo è un ostacolo posto sul cammino dei fratelli più deboli nella fede con il rischio o il proposito di farli cadere. Cristo, invece, è morto per salvare ogni uomo: giu­deo, greco o cristiano. Paolo intende mostrarlo con il suo esem­pio personale: «Io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cer­care il mio interesse ma quello di molti, Perché giungano alla salvezza».[39]

La libertà era molto cara ai greci, e Paolo sembra avervi ri­nunciato per farsi servo degli altri. Ma quel farsi servo ha una finalità ben precisa, quella di salvare gli altri, come Gesù «che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto per molti».[40] Lo stile di Gesù continua nell’apostolo e deve continuare nella chiesa: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo».[41] Il giudeo osservan­te Saulo, con la conversione, è diventato il cristiano credente Paolo. Nel cuore di Paolo, Cristo prende il posto della Legge. È Cristo che diventa la sua «regola di vita», il criterio delle sue relazioni con Dio e con gli altri. Questo ha sempre ricercato Paolo, rinunciando ad ogni suo vantaggio,[42] perciò ogni cristiano farà bene ad imitarlo, essendo il suo esempio riflesso della carità di Cristo.

 

Vangelo

 

Se vuoi, puoi purificarmi

Mc 1,40-45

In quel tempo, 40venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.

43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: 44«Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per lo­ro ».

45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.

 

La successione dei fatti presentati da Marco nel primo capi­tolo del suo vangelo si prefigge di scavare sempre più in pro­fondità nel mistero della persona di Gesù. Alla forza della sua parola che ha attirato i primi discepoli, che ha conquistato la gente riunita nella sinagoga di Cafarnao, che ha riportato vit­toria sugli spiriti immondi e sulle infermità fisiche degli uomini, ora fa seguito il racconto della guarigione di un lebbroso. Tra tutte le malattie, la lebbra era considerata dagli israeliti quella che più di tutte rendeva impuro l’uomo perché, distruggendolo nella sua integrità e vitalità fisica, era per eccellenza segno del peccato e della sua gravità. La lebbra, nel libro di Giobbe, viene definita «primogenita della morte».[43]

Le guarigioni dalla lebbra narrate nei vangeli, tenuto pre­sente il contesto sociale spiegato nella prima lettura, diventano simbolo della guarigione dal peccato e sono proposte nei vange­li come segno e prova del potere che Gesù ha in quanto Messia e Figlio di Dio. La lebbra ha sempre suscitato terrore per il suo terribile potere di disgregare il corpo umano, avviandolo a un lento disfacimento, e per il suo carattere contagioso che sradica il malato dalla comunità e lo confina in una solitudine quasi ma­ledetta. Essere guariti da questo male significava riammissione alla vita familiare, sociale e religiosa. Proprio per questo la gua­rigione dalla lebbra  acquista il significato simbolico di perdono dei peccati.[44]

Un lebbroso viene incontro a Gesù, si prostra dinanzi a lui e lo supplica di guarirlo.[45] Il lebbroso si avvicina a Gesù per­ché ha capito che il maestro ha la possibilità di farlo uscire dallo stato di emarginazione in cui si trova; il suo accostarsi rende ma­nifesta la fede e la speranza che ripone in Gesù. Egli indirizza a Gesù una richiesta precisa: «Se vuoi, puoi purificarmi». L’au­torità di Gesù e la sua potenza sono presupposte dal lebbroso, secondo lui tutto dipende dal suo volere sovrano. La liberazione dalla lebbra è riservata a Dio o a uomini particolarmente autorevoli presso Dio (Mosè e i Profeti).[46] Questo sfondo veterotestamentario mette in risalto la valenza religiosa del gesto che Gesù si accinge a compiere.

Gesù si muove a compassione, accoglie la richiesta del leb­broso e gli ridona la salute fisica.[47] Gesù scavalca il legali­smo giudaico, che vietava il contatto con queste persone impu­re e tocca il lebbroso. Secondo la mentalità comune,[48] si pensava che dal guaritore uscisse una forza taumaturgica. Il gesto di stendere la mano sul lebbroso ha anche una valen­za simbolica, indica la protezione di Gesù sul lebbroso. Le paro­le che Gesù proferisce: «Lo voglio, sii purificato!»,[49] espri­mono ancora una volta la potenza di cui Gesù è portatore e mettono in luce come un semplice gesto e la semplice parola di Gesù ridonino al lebbroso la salute fisica e la rinascita alla vita sociale. La volontà di Gesù («Lo voglio») va interpretata in sen­so cristologico: Gesù è la sorgente del potere sanante. La guari­gione avviene immediatamente: «e subito la lebbra scomparve da lui».[50] L’evangelista annota che Gesù «ne ebbe compas­sione»[51] e in questo modo gli riconosce – oltre al potere di guarire – anche un profondo sentimento di vicinanza e solida­rietà nei confronti di chi è malato e sofferente. È proprio il suo farsi carico della sofferenza altrui che incoraggerà molti malati e sofferenti ad invocare il suo aiuto, e non invano! È l’inclinazio­ne di Gesù a muoversi a compassione per ogni sofferenza uma­na che sta all’origine della sua predicazione e della sua azione di liberazione. È la sua tenerezza che lo porta a commuoversi fino a non riuscire a trattenere i segni esterni della compartecipazio­ne alla sofferenza altrui, cosa che incoraggerà ogni bisognoso a rivolgersi a lui.

Gesù nell’accommiatare il lebbroso lo invita a non dire nulla e a presentarsi ai sacerdoti. L’espressione conclusiva «come te­stimonianza per loro»,[52] è un invito alla conversione rivol­to alle guide del popolo d’Israele; nello stesso tempo l’espres­sione nasconde un tratto polemico e annuncia il conflitto che opporrà Gesù alle autorità giudaiche.

La guarigione del lebbroso annuncia che il regno di Dio è arrivato e prova il potere di Gesù in quanto Messia e Figlio di Dio. Marco nel raccontare il miracolo fa notare:

a)nel lebbro­so: l’ardire con cui viene a Gesù, senza farsi scrupolo di rompe­re le prescrizioni sull’isolamento;[53] la sua fidu­cia nel rabbì di Nàzareth che si manifesta nell’atteggiamento di umile preghiera («Se vuoi, puoi purificarmi!») e di adorazione («lo supplicava in ginocchio»);

b)in Gesù: la misericordia che lo spinge ad acconsentire alla preghiera del lebbroso («Lo voglio, sii purificato!»); l’istantaneità con cui compie la guarigione: ba­stano una parola e il semplice gesto di toccare, e viene ridonata al lebbroso la salute fisica e la rinascita alla vita sociale.

La malattia è sempre qualcosa di cui non riusciamo a com­prendere pienamente il senso, è una limitazione che crea insof­ferenza, che porta spontaneamente più alla ribellione e alla be­stemmia che alla serena accettazione. Perché Dio, che può tutto, fa soffrire? L’atteggiamento di Dio nei confronti della malattia è però di un uguale rifiuto. Dio non ama la malattia; Gesù infat­ti ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l’uomo, è un momento di prova, di sofferenza. Lotta­re con tutte le forze contro la malattia è quindi non solo un at­teggiamento legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. Gesù ha guarito gli ammalati che lo hanno accostato; oggi tocca all’uomo continuare l’opera di Gesù, compiere altri ‘miracoli’ servendosi dei mezzi che la scienza mette a sua disposizione.

I miracoli hanno la funzione di accreditare la persona e l’o­pera di Gesù. Il rabbìdi Nàzareth compie miracoli per dire che Dio è all’opera, ora, in forma nuova e definitiva. Le profezie dell’Antico Testamento annunciavano infatti le guarigioni di malati come segno dell’arrivo del tempo messianico. Il miraco­lo, per il suo carattere di evento straordinario, suscita sempre

stupore. Si tratta però di uno stupore che non è fine a se stesso. Il miracolo è come una freccia scoccata dall’arco che orienta lo sguardo sul bersaglio, è come un dito puntato che attira l’atten­zione non su se stesso, ma sulla cosa indicata. I miracoli di Ge­sù raggiungono il loro scopo se diventano, dei «segni», infatti, dinanzi ad essi la gente si interroga.[54] Possiamo dire che il miracolo si sviluppa su due livelli: il primo riguarda il fatto da tutti percepibile, il secondo riguarda il signi­ficato del fatto, colto solo da coloro che vedono nel miracolo un segno. Proprio il carattere di “segno” diventa l’elemento distin­tivo del miracolo evangelico. Se il miracolo non rimanda alla persona di Gesù, rimane vuoto ed inefficace. Quante persone in Palestina furono testimoni dei miracoli compiuti da Gesù eppu­re non si convertirono!

Marco presenta Gesù che annuncia la vicinanza del regno di Dio,[55] ma finora Dio non è stato mai nominato da Gesù, egli si è invece occupato degli uomini e dei loro problemi. C’è qui un insegnamento importante per i discepoli di ogni tempo: Dio è il Dio della compassione e lo serviamo solo quando ci prendiamo cura dell’uomo e della sua liberazione dal male fisi­co, sociale e morale.

 

Preghiera conclusiva

Al tuo tempo, Signore Gesù,

la lebbra non era una malattia qualsiasi.

Distruggeva un essere umano,

deturpando le sue membra,

fino a far loro perdere

l’aspetto di un tempo.

Per questo faceva nascere

la paura folle del contagio,

che allontanava i malati

dalla loro famiglia e dal paese,

condannandoli ad un’esistenza

raminga e solitaria.

 

Così la lebbra intaccava, Gesù,

le fibre profonde dell’anima,

fino a far perdere

la voglia di lottare,

gettando nello sconforto

chi si sentiva abbandonato,

cacciato e rigettato

dalla comunità civile e religiosa.

 

Per questo, Gesù, quel giorno,

guarendo il lebbroso

tu l’hai restituito in un colpo solo

alla salute perduta,

ai suoi affetti e al suo lavoro,

al calore di una famiglia,

alla vita del villaggio.

 

Lo hai fatto rinascere alla speranza

di una vita nuova,

lo hai sottratto all’incubo

di una sofferenza senza via d’uscita.

Tutto questo ha operato

la tua bontà, la tua compassione.

Amen.



[1] Cfr. Nm 12,9.

[2] Mc 1,40.

[3] Cfr. Sap 12,18.

[4] Mc 1,41.

[5] Cfr. Mc 1,11.

[6] Cfr. Mc 7,34.

[7] Cfr. Gv 11,33-38.

[8] Mc 1,41.

[9] Mc 1,41.

[10] Cfr. Lv 13,16.

[11] Mc 1,44.

[12] Cfr. Mc 5,43.

[13] Cfr. Mc 7,36.

[14] Cfr. Mc 8,26.

[15] Cfr. Mc 15,39.

[16] Il crocifisso era un pec­catore, per la Legge.

[17] Mc 1,45.

[18] Lv 13,45-46.

[19] Cfr. Mc 10,45.

[20] Mc 14,1.

[21] Cfr. Mt 10,8.

[22] Cfr. Lv 11-16.

[23] Cfr. Es 19,5-6; Dt 7,6.

[24] Cfr. Is 53,3-12.

[25] Cfr. Lv 13,1-2.

[26] Lv 13,46.

[27] Cfr. Lv 4.

[28] Sal 31,1-2.

[29] Sal 31,3-4.

[30] Sal 31,5a.

[31] Sal 31,5.

[32] Sal 31,6-7.

[33] 1Cor 8-10.

[34] 1Cor 10,14-22.

[35] 1Cor 10,23-30; 8,11-13.

[36] 1Cor 10,31.

[37] 1Cor 10,32.

[38] 1Cor 10,32.

[39] 1Cor 10,33.

[40] Mc 10,45.

[41] 1Cor 11,1.

[42] 1Cor 10,33.

[43] Cfr. Gb 18,13.

[44] Cfr. Lv 13,1-2.45-46.

[46] In base a Nm 12,9-15 e a 2Re 5,3-14.

[47] Mc 1,41.

[48] Cfr. 2Re 5,11.

[49] Mc 1,41.

[50] Mc 1,42.

[51] Mc 1,41.

[52] Mc 1,44.

[53] Cfr. Lv 13,45-46.

[54] Mc 1,27; 4,41; 6,14-16...

[55] Mc 1,15.

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