08/02/2012
Dio della compassione
Dio della compassione
VI domenica del Tempo Ordinario “B”
12 febbraio 2012
«Venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio...» (Mc 1,40)
Le letture
· Prima lettura: Lv 13,1-2.45-46;
· Salmo responsoriale: Sal 31,1-2.5.11;
· Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
· Seconda lettura: 1Cor 10,31-11,1;
· Vangelo: Mc 1,40-45.
L’esperienza della malattia e della sofferenza è sempre qualcosa di cui non riusciamo a comprendere pienamente il senso. E tuttavia nel vangelo troviamo una indicazione chiara: Dio non ama la sofferenza. Gesù ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l’uomo, non è voluta da Dio, è un momento di prova. Lottare contro di essa non solo è legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. La figura del lebbroso, nella prima lettura e nel vangelo, è l’immagine dell’uomo escluso che solo in Dio può trovare la sua difesa.
Mentre Gesù è sulle strade della Galilea, ecco un lebbroso venire a lui. La lebbra, come è noto, era considerata un castigo divino[1] e comportava un duplice isolamento: dal culto e dal consorzio umano. Il lebbroso diviene così l’icona dell’uomo peccatore, maledetto, impuro, abbandonato da Dio, e disprezzato dagli uomini.
ØGesù e il lebbroso.
Quest’uomo malato, stando al racconto evangelico di questa domenica, ha però una grande fiducia in Gesù e lo prega di essere sanato per ritornare a vivere: «Se vuoi, puoi purificarmi!».[2] Con questa domanda, egli riconosce che Gesù ha un potere che spetta solo a Dio.[3] Come reagisce Gesù? Marco evidenzia anzitutto che «ne ebbe compassione».[4] Nel NT «il provare compassione» è applicato solo a Gesù (e a Dio). Nella letteratura del tempo significava la profonda tenerezza divina verso l’uomo bisognoso e indigente. Marco attribuisce così una qualità di Dio a Gesù. Difatti, egli è il Figlio[5] e nei suoi sentimenti vediamo gli stessi sentimenti di Dio. Alcuni codici al posto di «ne ebbe compassione» leggono «si adirò/adiratosi». Possiamo cogliere qui l’ira divina contro il male che ferisce e umilia l’uomo. La stessa reazione la troviamo quando Gesù è davanti al sordomuto[6] e in particolare di fronte alla morte di Lazzaro.[7] Dalla compassione, Gesù passa poi ad un gesto estremamente eloquente: tocca l’impuro. «Tese la mano, lo toccò».[8] Gesù non teme né il contagio né di disobbedire alla Legge, che vietava ogni contatto con i lebbrosi. Diremo di più: toccando l’intoccabile, egli annulla il carattere teologico dell’impurità. Se è vero che Gesù «trasgredisce» la Legge, come dicevamo, è altrettanto vero però che egli ci rivela il cuore stesso della Legge: la vita dell’uomo.
C’è infine una sua parola autorevole: «Lo voglio, sii purificato!».[9] Gesù non esaudisce solamente una richiesta ma vuole lui stesso che quest’uomo sia sanato.
ØIl segreto messianico.
Dopo questo, Gesù rimanda il lebbroso ormai guarito al sacerdote, l’unico che poteva dichiararlo mondo.[10] Gesù obbedisce alla Legge di Mosè e invia quest’uomo all’unica autorità legalmente autorizzata a riconoscere l’avvenuta guarigione e quindi il ritorno alla vita civile e liturgica. L’ingiunzione finale al silenzio appare strana.[11] La ritroveremo anche nel racconto della risurrezione della figlia di Giairo,[12] alla guarigione del sordomuto,[13] e nell’episodio del cieco di Betsaida.[14] È il «segreto messianico», concernente la sua identità e missione. Il segreto messianico manifesta la volontà di Gesù di andare incontro alla passione; egli è il Messia che deve morire, e sarà sulla croce, in quella morte obbrobriosa, che dovrà essere riconosciuto nella fede.[15] È solo la fede che riconosce in Gesù crocifisso il Figlio di Dio;[16]è solo la fede che accoglie in Gesù il profeta potente anche quando non avrà più parola; è solo la fede che professa il Ku,rioj nell’Uomo morente sulla croce.
ØIl Cristo solidale.
Nella figura del lebbroso la tradizione cristiana ha scorto il Messia. San Girolamo, nella Vulgata, traduce Is 53,4 con «Et nos putavimus eum quasi leprosum». II Messia-Servo porta perciò le malattie di tutti gli uomini, anche la lebbra, tanto che Matteo conclude la giornata di Cafarnao annotando: «Venuta la sera, gli portarono molti indemoniati ed egli scacciò gli spiriti con la parola e guarì tutti i malati, perché si adempisse ciò che era stato detto per mezzo del profeta Isaia: Egli ha preso le nostre infermità e si è caricato delle nostre malattie».
Gesù condivide l’umiliazione dell’uomo, di cui il lebbroso è emblema. Meglio, egli si identifica con esso. Sintomatico il fatto che Marco concluda il racconto scrivendo che Gesù «non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti».[17] Marco intende forse qui richiamare lo statuto del lebbroso? Leggiamo in Levitico: «Il lebbroso... se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».[18] Gesù ha mondato il lebbroso ed è divenuto lui stesso lebbroso. Ora ne patisce l’emarginazione. Ma ciò non meraviglia; egli, come ci ha ricordato sopra Isaia, si è caricato delle nostre infermità ed è venuto per dare la sua vita in riscatto per molti.[19] Quello che allora era prefigurato al Giordano, qui è ulteriormente dichiarato. Ma non è tutto. Alla vigilia della sua passione, Gesù si recherà a Betània in casa di un certo Simone il lebbroso: qui sarà unto per la sepoltura. Nella casa di Simone, che fu lebbroso, si annuncia la morte di Gesù: «Mancavano due giorni alla Pasqua».[20] Non c’è salvezza senza dono della vita. Ai Dodici, Gesù darà il comando di guarire i lebbrosi,[21] di continuare tra gli uomini la sua opera di salvezza.
Ø«E usai loro misericordia».
Significativa, al riguardo, è l’esperienza di Francesco d’Assisi. Come è noto, il suo cammino cristiano passa attraverso l’accoglienza del fratello lebbroso nel quale, seppur coperto da un manto di fragilità, è vivo e presente il Signore. Finché per Francesco rimane determinante l’apparenza (una realtà insopportabile, un uomo orribile a vedersi) egli non riesce a fare il grande passaggio: ritrovare l’uomo dove è veramente, in Cristo. Questo dramma Francesco lo risolve inizialmente con la fuga. Successivamente però, fedele ad una promessa, supera se stesso e abbraccia il lebbroso e, stando al suo biografo, il Celano, ne bacia persino la mano, riconoscendo così in quelle ferite le stimmate stesse del Cristo. Dal lebbroso, Francesco è ricambiato con un bacio di pace. Ripensando a quell’incontro, il Santo scriverà nel Testamento: «Il Signore dette a me, frate Francesco, d’incominciare così a fare penitenza: quando ero nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo».
Per Francesco, l’uomo è una immagine di Cristo che tende alla somiglianza. Certo, sovente l’immagine è irriconoscibile ma l’accoglienza e l’amore possono resuscitarne lo splendore. Il rischio è sempre quello di identificare il male di una persona con la persona stessa. In quel caso non si permette più la sua rinascita ma se ne decreta anticipatamente la fine.
Interpretare i testi
Prima lettura
Sarà impuro finché durerà in lui il male
Lv 13,1-2.45-46
1Il Signore parlò a Mosè e ad Aronne e disse: 2«Se qualcuno ha sulla pelle del corpo un tumore o una pustola o macchia bianca che faccia sospettare una piaga di lebbra, quel tale sarà condotto dal sacerdote Aronne o da qualcuno dei sacerdoti, suoi figli.
45Il lebbroso colpito da piaghe porterà vesti strappate e il capo scoperto; velato fino al labbro superiore, andrà gridando: “Impuro! Impuro!”.
46Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».
Il libro del Levitico è una testimonianza significativa delle preoccupazioni religiose della comunità ebraica ricostituitasi dopo l’esilio, e in particolare delle esigenze severe che si erano fatte strada in fatto di purità cultuale.[22] Il peso che esse avevano sul piano religioso si capisce meglio se si considerano come risposta e salvaguardia dell’esigenza di santità che Dio aveva posto a fondamento dell’alleanza.[23] È comprensibile che dopo la triste esperienza dell’esilio siacuisca la preoccupazione di precisare la dottrina riguardante il peccato dell’uomo, l’espiazione, la purificazione per mezzo dei sacrifici e la riammissione nell’alleanza.
Il testo di oggi appartiene alla sezione relativa alla legge della purità e comprende alcune prescrizioni per i malati di lebbra. Circa il nome della malattia bisogna ricordare che la lebbra non aveva un significato così preciso e specifico come ha per noi oggi, ma si riferiva più in generale a qualsiasi malattia della pelle. Di qui la necessità d’accertare, in ogni caso particolare, se si trattasse di malattia contagiosa o no. Per quanto riguarda il significato attribuito alla lebbra (e ad altre malattie analoghe), essa non è mai considerata solo e principalmente da un punto di vista medico, ma riveste un carattere prevalentemente religioso.
Trattandosi di una malattia ritenuta inguaribile e contagiosa, la lebbra è per Israele segno del male morale (il peccato) e esempio tipico del conseguente castigo di Dio. Questa concezione la vediamo riassunta nella figura del Servo di Jhwh: egli si presenta con l’aspetto di un lebbroso, perché si è addossato tutti i peccati degli uomini e, conseguentemente, il loro castigo.[24] In questo quadro era del tutto logico che i casi di lebbra fossero di competenza dei sacerdoti.[25] L’atto del malato di portarsi dai sacerdoti significava una presa di coscienza della propria condizione di malato-peccatore. Se una persona era riconosciuta affetta da lebbra, veniva dichiarata impura ed era costretta a vivere ai margini della comunità per non contaminare gli altri. Non si trattava solo di una misura profilattica, questo isolamento era finalizzato a preservare la santità del popolo di Dio. L’isolamento comportava l’esclusione dalla vita sociale e cultuale: «Sarà impuro finché durerà in lui il male; è impuro, se ne starà solo, abiterà fuori dell’accampamento».[26] L’esclusione e l’isolamento dalla vita familiare, sociale e religiosa erano vissuti anche come esclusione dalla comunione con il Signore, in quanto la malattia – come già abbiamo detto – era ritenuta un castigo causato da un peccato. La possibilità di guarigione non era del tutto esclusa e, in tal caso, diventava segno del perdono di Dio.[27] Anche in questo caso bisognava presentarsi ad un sacerdote, il quale verificava la scomparsa del male. Compiuti i riti d’espiazione e di purificazione, la persona guarita veniva dichiarata di nuovo pura (cioè purificata dal male e dal peccato), e veniva riammessa nella comunità del popolo di Dio. Guarire dalla lebbra significava riammissione alla vita familiare, sociale e religiosa, era quindi motivo di grande gioia per la salvezza riottenuta. La guarigione dalla lebbra, più delle altre malattie, acquisterà il significato simbolico di perdono del peccato e gioia per la salvezza ritrovata.
Salmo responsoriale
Tu sei il mio rifugio, mi liberi dall’angoscia.
Sal 31,1-2.5.11
Beato l’uomo a cui è tolta la colpa
e coperto il peccato.
Beato l’uomo a cui Dio non imputa il delitto
e nel cui spirito non è inganno.
Ti ho fatto conoscere il mio peccato,
non ho coperto la mia colpa.
Ho detto: «Confesserò al Signore le mie iniquità»
e tu hai tolto la mia colpa e il mio peccato.
Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti!
Voi tutti, retti di cuore, gridate di gioia!
Il Salmo 31 è il canto di riconoscenza di un uomo che ha ottenuto il perdono.[28] Egli sente il bisogno di comunicare pubblicamente il senso di liberazione e di pace che lo pervade. Alla triste esperienza della colpa[29] è subentrata la conversione e la confessione del peccato.[30] Dio ha risposto con grande misericordia, concedendo il perdono.[31] L’esperienza del salmista è proposta come incoraggiamento: se peccatore si pente, potrà gustare la gioia del perdono e dell’amore misericordioso di Dio.[32] Questa gioia la sperimentiamo anche noi partecipando alla celebrazione eucaristica: nel momento in cui ci riconosciamo peccatori, ci accostiamo con fiducia alla sorgente della grazia, partecipiamo al sacrificio di Cristo che ci purifica dal male e ci dona la gioia di una vita rinnovata.
Seconda lettura
Non siate motivo di scandalo
1Cor 10,31-11,1
Fratelli, 10,31sia che mangiate sia che beviate sia che facciate qualsiasi altra cosa, fate tutto per la gloria di Dio. 32Non siate motivo di scandalo né ai Giudei, né ai Greci, né alla Chiesa di Dio; 33così come io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, perché giungano alla salvezza.
11,1Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo.
Il brano di oggi non è altro che la conclusione del tema sviluppato domenica scorsa, quello della libertà temperata dalla carità.[33] Nel c. 10 Paolo ha però concretizzato assai meglio il comportamento cristiano riguardo alle carni offerte agli idoli: il cristiano non può mangiarle in un banchetto sacro;[34] se invece sono state comperate sul mercato, ci si regoli con tutta libertà, cercando solo di non offendere la sensibilità altrui, di evitare di scandalizzare il fratello.[35] Ma qual è il principio fondamentale che regola l’agire cristiano? Si è già accennato al principio della carità e al dovere di mantenere l’unità tra i cristiani. Qui si aggiunge quello della «gloria di Dio».[36] La ricerca di questa gloria è possibile solo se, mossi dalla carità, si evita lo scandalo dei fratelli e della Chiesa di Dio.[37]
I Corinzi erano tentati di vivere in modo emancipato la loro fede, senza tener conto dei fratelli di fede. «Non siate motivo di scandalo».[38] Lo scandalo è un ostacolo posto sul cammino dei fratelli più deboli nella fede con il rischio o il proposito di farli cadere. Cristo, invece, è morto per salvare ogni uomo: giudeo, greco o cristiano. Paolo intende mostrarlo con il suo esempio personale: «Io mi sforzo di piacere a tutti in tutto, senza cercare il mio interesse ma quello di molti, Perché giungano alla salvezza».[39]
La libertà era molto cara ai greci, e Paolo sembra avervi rinunciato per farsi servo degli altri. Ma quel farsi servo ha una finalità ben precisa, quella di salvare gli altri, come Gesù «che non è venuto per essere servito ma per servire e dare la vita in riscatto per molti».[40] Lo stile di Gesù continua nell’apostolo e deve continuare nella chiesa: «Diventate miei imitatori, come io lo sono di Cristo».[41] Il giudeo osservante Saulo, con la conversione, è diventato il cristiano credente Paolo. Nel cuore di Paolo, Cristo prende il posto della Legge. È Cristo che diventa la sua «regola di vita», il criterio delle sue relazioni con Dio e con gli altri. Questo ha sempre ricercato Paolo, rinunciando ad ogni suo vantaggio,[42] perciò ogni cristiano farà bene ad imitarlo, essendo il suo esempio riflesso della carità di Cristo.
Vangelo
Se vuoi, puoi purificarmi
Mc 1,40-45
In quel tempo, 40venne da Gesù un lebbroso, che lo supplicava in ginocchio e gli diceva: «Se vuoi, puoi purificarmi!». 41Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: «Lo voglio, sii purificato!». 42E subito la lebbra scomparve da lui ed egli fu purificato.
43E, ammonendolo severamente, lo cacciò via subito e gli disse: 44«Guarda di non dire niente a nessuno; va’, invece, a mostrarti al sacerdote e offri per la tua purificazione quello che Mosè ha prescritto, come testimonianza per loro ».
45Ma quello si allontanò e si mise a proclamare e a divulgare il fatto, tanto che Gesù non poteva più entrare pubblicamente in una città, ma rimaneva fuori, in luoghi deserti; e venivano a lui da ogni parte.
La successione dei fatti presentati da Marco nel primo capitolo del suo vangelo si prefigge di scavare sempre più in profondità nel mistero della persona di Gesù. Alla forza della sua parola che ha attirato i primi discepoli, che ha conquistato la gente riunita nella sinagoga di Cafarnao, che ha riportato vittoria sugli spiriti immondi e sulle infermità fisiche degli uomini, ora fa seguito il racconto della guarigione di un lebbroso. Tra tutte le malattie, la lebbra era considerata dagli israeliti quella che più di tutte rendeva impuro l’uomo perché, distruggendolo nella sua integrità e vitalità fisica, era per eccellenza segno del peccato e della sua gravità. La lebbra, nel libro di Giobbe, viene definita «primogenita della morte».[43]
Le guarigioni dalla lebbra narrate nei vangeli, tenuto presente il contesto sociale spiegato nella prima lettura, diventano simbolo della guarigione dal peccato e sono proposte nei vangeli come segno e prova del potere che Gesù ha in quanto Messia e Figlio di Dio. La lebbra ha sempre suscitato terrore per il suo terribile potere di disgregare il corpo umano, avviandolo a un lento disfacimento, e per il suo carattere contagioso che sradica il malato dalla comunità e lo confina in una solitudine quasi maledetta. Essere guariti da questo male significava riammissione alla vita familiare, sociale e religiosa. Proprio per questo la guarigione dalla lebbra acquista il significato simbolico di perdono dei peccati.[44]
Un lebbroso viene incontro a Gesù, si prostra dinanzi a lui e lo supplica di guarirlo.[45] Il lebbroso si avvicina a Gesù perché ha capito che il maestro ha la possibilità di farlo uscire dallo stato di emarginazione in cui si trova; il suo accostarsi rende manifesta la fede e la speranza che ripone in Gesù. Egli indirizza a Gesù una richiesta precisa: «Se vuoi, puoi purificarmi». L’autorità di Gesù e la sua potenza sono presupposte dal lebbroso, secondo lui tutto dipende dal suo volere sovrano. La liberazione dalla lebbra è riservata a Dio o a uomini particolarmente autorevoli presso Dio (Mosè e i Profeti).[46] Questo sfondo veterotestamentario mette in risalto la valenza religiosa del gesto che Gesù si accinge a compiere.
Gesù si muove a compassione, accoglie la richiesta del lebbroso e gli ridona la salute fisica.[47] Gesù scavalca il legalismo giudaico, che vietava il contatto con queste persone impure e tocca il lebbroso. Secondo la mentalità comune,[48] si pensava che dal guaritore uscisse una forza taumaturgica. Il gesto di stendere la mano sul lebbroso ha anche una valenza simbolica, indica la protezione di Gesù sul lebbroso. Le parole che Gesù proferisce: «Lo voglio, sii purificato!»,[49] esprimono ancora una volta la potenza di cui Gesù è portatore e mettono in luce come un semplice gesto e la semplice parola di Gesù ridonino al lebbroso la salute fisica e la rinascita alla vita sociale. La volontà di Gesù («Lo voglio») va interpretata in senso cristologico: Gesù è la sorgente del potere sanante. La guarigione avviene immediatamente: «e subito la lebbra scomparve da lui».[50] L’evangelista annota che Gesù «ne ebbe compassione»[51] e in questo modo gli riconosce – oltre al potere di guarire – anche un profondo sentimento di vicinanza e solidarietà nei confronti di chi è malato e sofferente. È proprio il suo farsi carico della sofferenza altrui che incoraggerà molti malati e sofferenti ad invocare il suo aiuto, e non invano! È l’inclinazione di Gesù a muoversi a compassione per ogni sofferenza umana che sta all’origine della sua predicazione e della sua azione di liberazione. È la sua tenerezza che lo porta a commuoversi fino a non riuscire a trattenere i segni esterni della compartecipazione alla sofferenza altrui, cosa che incoraggerà ogni bisognoso a rivolgersi a lui.
Gesù nell’accommiatare il lebbroso lo invita a non dire nulla e a presentarsi ai sacerdoti. L’espressione conclusiva «come testimonianza per loro»,[52] è un invito alla conversione rivolto alle guide del popolo d’Israele; nello stesso tempo l’espressione nasconde un tratto polemico e annuncia il conflitto che opporrà Gesù alle autorità giudaiche.
La guarigione del lebbroso annuncia che il regno di Dio è arrivato e prova il potere di Gesù in quanto Messia e Figlio di Dio. Marco nel raccontare il miracolo fa notare:
a)nel lebbroso: l’ardire con cui viene a Gesù, senza farsi scrupolo di rompere le prescrizioni sull’isolamento;[53] la sua fiducia nel rabbì di Nàzareth che si manifesta nell’atteggiamento di umile preghiera («Se vuoi, puoi purificarmi!») e di adorazione («lo supplicava in ginocchio»);
b)in Gesù: la misericordia che lo spinge ad acconsentire alla preghiera del lebbroso («Lo voglio, sii purificato!»); l’istantaneità con cui compie la guarigione: bastano una parola e il semplice gesto di toccare, e viene ridonata al lebbroso la salute fisica e la rinascita alla vita sociale.
La malattia è sempre qualcosa di cui non riusciamo a comprendere pienamente il senso, è una limitazione che crea insofferenza, che porta spontaneamente più alla ribellione e alla bestemmia che alla serena accettazione. Perché Dio, che può tutto, fa soffrire? L’atteggiamento di Dio nei confronti della malattia è però di un uguale rifiuto. Dio non ama la malattia; Gesù infatti ha compassione per tutti gli ammalati. La malattia non è un bene per l’uomo, è un momento di prova, di sofferenza. Lottare con tutte le forze contro la malattia è quindi non solo un atteggiamento legittimo, ma significa mettersi dalla parte di Dio. Gesù ha guarito gli ammalati che lo hanno accostato; oggi tocca all’uomo continuare l’opera di Gesù, compiere altri ‘miracoli’ servendosi dei mezzi che la scienza mette a sua disposizione.
I miracoli hanno la funzione di accreditare la persona e l’opera di Gesù. Il rabbìdi Nàzareth compie miracoli per dire che Dio è all’opera, ora, in forma nuova e definitiva. Le profezie dell’Antico Testamento annunciavano infatti le guarigioni di malati come segno dell’arrivo del tempo messianico. Il miracolo, per il suo carattere di evento straordinario, suscita sempre
stupore. Si tratta però di uno stupore che non è fine a se stesso. Il miracolo è come una freccia scoccata dall’arco che orienta lo sguardo sul bersaglio, è come un dito puntato che attira l’attenzione non su se stesso, ma sulla cosa indicata. I miracoli di Gesù raggiungono il loro scopo se diventano, dei «segni», infatti, dinanzi ad essi la gente si interroga.[54] Possiamo dire che il miracolo si sviluppa su due livelli: il primo riguarda il fatto da tutti percepibile, il secondo riguarda il significato del fatto, colto solo da coloro che vedono nel miracolo un segno. Proprio il carattere di “segno” diventa l’elemento distintivo del miracolo evangelico. Se il miracolo non rimanda alla persona di Gesù, rimane vuoto ed inefficace. Quante persone in Palestina furono testimoni dei miracoli compiuti da Gesù eppure non si convertirono!
Marco presenta Gesù che annuncia la vicinanza del regno di Dio,[55] ma finora Dio non è stato mai nominato da Gesù, egli si è invece occupato degli uomini e dei loro problemi. C’è qui un insegnamento importante per i discepoli di ogni tempo: Dio è il Dio della compassione e lo serviamo solo quando ci prendiamo cura dell’uomo e della sua liberazione dal male fisico, sociale e morale.
Preghiera conclusiva
Al tuo tempo, Signore Gesù,
la lebbra non era una malattia qualsiasi.
Distruggeva un essere umano,
deturpando le sue membra,
fino a far loro perdere
l’aspetto di un tempo.
Per questo faceva nascere
la paura folle del contagio,
che allontanava i malati
dalla loro famiglia e dal paese,
condannandoli ad un’esistenza
raminga e solitaria.
Così la lebbra intaccava, Gesù,
le fibre profonde dell’anima,
fino a far perdere
la voglia di lottare,
gettando nello sconforto
chi si sentiva abbandonato,
cacciato e rigettato
dalla comunità civile e religiosa.
Per questo, Gesù, quel giorno,
guarendo il lebbroso
tu l’hai restituito in un colpo solo
alla salute perduta,
ai suoi affetti e al suo lavoro,
al calore di una famiglia,
alla vita del villaggio.
Lo hai fatto rinascere alla speranza
di una vita nuova,
lo hai sottratto all’incubo
di una sofferenza senza via d’uscita.
Tutto questo ha operato
la tua bontà, la tua compassione.
Amen.
[1] Cfr. Nm 12,9.
[2] Mc 1,40.
[3] Cfr. Sap 12,18.
[4] Mc 1,41.
[5] Cfr. Mc 1,11.
[6] Cfr. Mc 7,34.
[7] Cfr. Gv 11,33-38.
[8] Mc 1,41.
[9] Mc 1,41.
[10] Cfr. Lv 13,16.
[11] Mc 1,44.
[12] Cfr. Mc 5,43.
[13] Cfr. Mc 7,36.
[14] Cfr. Mc 8,26.
[15] Cfr. Mc 15,39.
[16] Il crocifisso era un peccatore, per la Legge.
[17] Mc 1,45.
[18] Lv 13,45-46.
[19] Cfr. Mc 10,45.
[20] Mc 14,1.
[21] Cfr. Mt 10,8.
[22] Cfr. Lv 11-16.
[23] Cfr. Es 19,5-6; Dt 7,6.
[24] Cfr. Is 53,3-12.
[25] Cfr. Lv 13,1-2.
[26] Lv 13,46.
[27] Cfr. Lv 4.
[28] Sal 31,1-2.
[29] Sal 31,3-4.
[30] Sal 31,5a.
[31] Sal 31,5.
[32] Sal 31,6-7.
[33] 1Cor 8-10.
[34] 1Cor 10,14-22.
[35] 1Cor 10,23-30; 8,11-13.
[36] 1Cor 10,31.
[37] 1Cor 10,32.
[38] 1Cor 10,32.
[39] 1Cor 10,33.
[40] Mc 10,45.
[41] 1Cor 11,1.
[42] 1Cor 10,33.
[43] Cfr. Gb 18,13.
[44] Cfr. Lv 13,1-2.45-46.
[46] In base a Nm 12,9-15 e a 2Re 5,3-14.
[47] Mc 1,41.
[48] Cfr. 2Re 5,11.
[49] Mc 1,41.
[50] Mc 1,42.
[51] Mc 1,41.
[52] Mc 1,44.
[53] Cfr. Lv 13,45-46.
[54] Mc 1,27; 4,41; 6,14-16...
[55] Mc 1,15.
16:40 Scritto da: donulderico in Lectio Divina - Don Ulderico Ceroni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
Facebook

Scrivi un commento