16/02/2012

Perdonare i peccati

Perdonare i peccati

 

VII Domenica del Tempo Ordinario “b

 

19 febbraio 2012

 

«Alzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua» (Mc 2,11)

 

Le Letture

 

·      Prima lettura: Is 43,18-19.21-22.24b-25;

·      Salmo responsoriale: Sal 40,2-5.10-11;

·      Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono.

·      Seconda lettura: 2Cor 1,18-22;

·      Vangelo: Mc 2,1-12.

 

La liturgia di questa VII Domenica per Annum attra­verso due solenni dichiara­zioni di Isaia prima («Io, io can­cello i tuoi misfatti per amore di me stesso e non ricordo più i tuoi peccati») e di Gesù poi («Ti sono perdonati i peccati») porta la nostra attenzione sul tema del perdono che riconcilia. Noi focalizzeremo la nostra lettura sul brano evangelico.

Dio non si dimentica dei suoi figli, non abbandona nessuno. Per­ciò, anche la missione di Gesù va nella stessa direzione, e si esprime nel perdonare i peccati. Di fronte a Gesù che «perdona i peccati» la gente si divide: alcuni lo interpretano come abuso di un potere riservato a Dio e vedono in Gesù un ‘bestemmiatore, mentre altri cominciano a interrogar­si sulla sua identità e sulla novità del suo agire: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!». È il primo passo della fede in lui. Così anche noi possiamo dire: Confido, Signore, nella tua misericordia.

Dopo aver descritto l’attivi­tà di Gesù in Galilea, Marco in­troduce cinque controversie attorno alla sua figura. Sono controversie originate dal com­portamento di Gesù, alquanto insolito e strano per la cultura religiosa del suo tempo. Que­ste controversie riguardano il paralitico risanato, la chiamata di Levi e il pasto con i peccato­ri, la questione sul digiuno e, per due volte, il problema del riposo sabbatico.[1]

Da una lettura di insieme emerge un crescendo di ostilità verso Gesù: Marco presenta dapprima la mormorazione de­gli scribi,[2] i quali, interrogan­do i discepoli, vogliono accusa­re il maestro,[3] per giungere in fine alla deliberazione di uc­ciderlo.[4] Abbiamo un ispes­sirsi del rifiuto fino all’odio omi­cida. È la tenebra. Gesù rispon­de invece con un crescendo di luce. Egli viene per togliere il peccato dell’uomo,[5] è il medico dei peccatori,[6] lo sposo atteso,[7] il Signore del sabato.[8]

 

Ø«Si seppe che era in casa».

Di quale casa si tratta? Quella di Pietro? Non è detto esplicitamente. Con il termine «casa», che ricorre 23 volte nel Vangelo marciano, l’evangelista intende la famiglia spirituale di Gesù, la sua parentela non secondo la carne ma secondo la fede e l’obbedienza a Dio. La «casa» esprime inoltre l’intimità di Gesù con i suoi discepoli; è lo spazio ove risuona la Parola di Dio: «Annunciava loro la Pa­rola».[9] In questa casa si riu­niscono molte persone, al pun­to che non vi era posto neppu­re davanti alla porta. Ad un cer­to punto, quattro persone por­tano a lui un uomo paralitico. Non potendo presentarglielo a causa della folla, con un astuto stratagemma: «scoperchiarono il tetto nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, ca­larono la barella su cui era ada­giato il paralitico».[10] Ge­sù riconosce la loro fede, e ri­volto all’uomo paralitico gli di­ce: «Figlio (te,knon, termine d’affetto, d’intimità), ti sono perdonati i pec­cati (passivo divino)».[11]

A Gesù viene chiesto di guarire un malato, e lui attesta il perdono dei suoi peccati. Apparentemente è stra­no. Ma non per la visione religiosa del tempo, consapevole che il mala­to «non può risorgere dalla sua ma­lattia finché non gli sono stati rimes­si i peccati».[12] La malat­tia era vista infatti come un castigo divino; di qui la necessità del perdo­no preludio alla guarigione fisica. Da notare che nelle parole di Gesù è chiaro che chi rimette i peccati è Dio; egli, come dicevamo, testifica il fatto rivelando, attraverso la sua parola, la potenza divina. Ma gli scribi lì pre­senti non comprendono e s’interro­gano sul senso teologico dell’affer­mazione di Gesù. Dio solo può ri­mettere i peccati. Chi è costui?

 

Ø«Il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare».

Gesù comprende di aver provo­cato scandalo e si rivela apertamen­te: «Ora, perché sappiate che il Fi­glio dell’uomo ha il potere di perdo­nare i peccati sulla terra...».[13] Gesù si attribuisce il titolo di Figlio dell’uomo, che secondo la profezia di Daniele è colui che giun­gerà alla fine dei tempi per giudica­re tutti gli uomini.[14]

Siamo nella pienezza dei tempi; davanti ad Israele, nell’immagine del paralitico, c’è il Messia di Dio, colui che viene a giudicare. E come giudi­ca? Non castigando ma rimettendo i peccati, togliendo l’inimicizia tra Dio e l’uomo, riconciliando la terra e il cielo. Notiamo la forza di quel «dico a te».[15] La parola di Gesù è la pa­rola di Dio; una parola creatrice, che opera ciò che dice. Gesù rimanda poi a casa sua il paralitico perdonato e ri­sanato. Il nostro brano era iniziato con la menzione della casa e termina pure con questa immagine. Il perdo­no restituisce l’uomo a se stesso, alla propria intimità, alle relazioni buone. Senza la comunione con Dio, infatti, l’uomo è un essere alienato, una creatura mancata, senza radice.

 

ØIl potere della riconciliazione.

Il termine «riconciliazione» viene dal latino re-conciliare. II prefisso re indica ripetizione o ritorno ad una si­tuazione precedente; in questo caso l’azione ripetuta è quella di conciliare, che significa «chiamar fuori, smuovere» per formare un concilium, una riunione, meglio una comunione. Riconciliare perciò significa far ritor­nare l’accordo, riportare ad una si­tuazione d’incontro, richiamare all’amicizia originaria. Ecco cosa opera Gesù perdonando i peccati. La ricon­ciliazione provoca inoltre un muta­mento nell’uomo. Un uomo, come abbiamo ascoltato nel Vangelo, tor­na a camminare; portato su un let­tuccio alla fine prende il suo lettuc­cio e torna a casa. Gesù, infine, affer­ma d’aver ricevuto il potere di rimet­tere i peccati, di riconciliare cioè gli uomini con se stessi, tra di loro e con Dio. Questo potere egli l’ha affidato alla sua Chiesa. La Chiesa allora non è solo l’assemblea dei riconciliati, ma anche di coloro che annunciano il perdono di Dio a tutti gli uomini. Questo presuppone che la comunità cristiana, come il singolo credente, anzitutto accolga la riconciliazione.[16] Senza la libera risposta di fede la riconciliazione resterebbe in­fatti inefficace. I luoghi poi dove la ri­conciliazione dev’essere vissuta e te­stimoniata come «Buona Novella» sono i luoghi dove l’uomo vive, a co­minciare dalla famiglia, nella relazio­ne tra marito e moglie, tra genitori e figli, nella comunità parrocchiale, re­ligiosa e civile. La riconciliazione vive quindi all’interno delle relazioni con gli altri, anche con coloro che non professano la medesima fede ma so­no animati da buona volontà.

Come Cristo, il cristiano deve non solo portare la fede, ma anche sco­prirla in coloro che sovente ne sono portatori ignari. Pensiamo ad esem­pio al centurione pagano[17]o alla donna cananea.[18] In costoro Gesù scoprì con sorpresa una grande fede, più grande che nei figli di Israele.

 

ØGesù e la malattia.

In queste ultime domeniche il Vangelo di Marco ci ha presentato Gesù di fronte all’uomo provato dalla malattia fisica, psichica e spiritua­le. La Bibbia, come è noto, presenta una sorta di corre­lazione tra fisicità e spiritualità, per cui «la malattia non interpella solo la medicina ma anche la religione» – scri­ve G. Ravasi. Di qui la famosa teoria della retribuzione, che spiega il male che affligge una persona come conseguenza di un peccato. Bisogna sapere che in Israele c’era una certa diffi­denza verso i medici e la medicina. Si temeva che troppa fiducia in quest’arte umana al­lontanasse da Dio. A Dio è attribuito il tito­lo di «medico»[19] mentre coloro che esercitavano la medicina «imbalsa­matori di cadaveri».[20]

Con il libro del Si­racide (circa 38 a.C.) avre­mo un recupero più positivo del medico e della medicina. Diver­so invece il ruolo di chi si prendeva cura dei malati. Costoro erano definiti «i pre­ganti con il malato» e offrivano gratuita­mente la loro assi­stenza. Persone come Elia e Eliseo sanavano e guarivano.

Anche nel Nuovo Testamento Pietro risana con la potenza del nome di Cristo,[21] tanto che quando passava per la strada, sofferenti ed infelici desidera­vano che almeno la sua ombra li sfiorasse.[22] Pensiamo poi ai fazzoletti e grembiuli che la gente poneva su Paolo[23] per essere guarita nel cor­po e nell’anima.

Gesù, come abbiamo ricordato, incontrerà ogni genere di malattia. Come Giobbe rifiuterà però la teoria della retribuzione[24] evidenziando soprattutto il bisogno di riconciliazione che abita la vita di un uomo. In Mc 1,21-2,12 la malattia si presenta sotto quattro aspetti. All’inizio del suo ministero pubblico, Gesù incontra nella sinagoga di Cafarnao un uomo posseduto da uno spi­rito impuro, poi, nella casa di Simone, la suocera di quest’ulti­mo a letto con la feb­bre. Andando in Gali­lea, un lebbroso gli chiederà di essere pu­rificato. Infine, ritor­nato a Cafarnao, in casa di Simone, gli verrà posto davanti, calato dal tetto, un paralitico. Nell’uomo posseduto della sina­goga si evidenzia la malattia come aliena­zione mentale, scis­sione interiore. Nella suocera di Pietro inve­ce la malattia segna l’immobilità della per­sona, la sua paralisi. Il lebbroso è l’uomo che la malattia emar­gina dal consorzio umano e dal culto; la lebbra infatti respinge il soggetto nella soli­tudine. Infine, con il paralitico, la malattia è di natura morale. Gesù interviene e li­bera l’uomo dallo spirito impuro (guarigione come armonia ritrovata); sana la suocera (guarigione come servizio); purifica il lebbroso (guarigione come reintegrazione nel consorzio umano e religioso); perdona il paralitico (guarigione come riconciliazione con Dio). Gesù sana l’uomo in modo completo: lo guarisce dalla malattia, lo strappa dalla morte e lo libera dal peccato.

 

Interpretare i testi

 

Prima lettura

 

Faccio una cosa nuova

Is 43,18-19.21-22.24b-25

Così dice il Signore: 18«Non ricordate più le cose passate, non pensate più al­le cose antiche! 19Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete? Aprirò anche nel deserto una strada, immetterò fiumi nel­la steppa.

21Il popolo che io ho plasmato per me celebrerà le mie lodi. 22Invece tu non mi hai invocato, o Giacobbe; anzi ti sei stancato di me, o Israele. 24bTu mi hai dato molestia con i peccati, mi hai stancato con le tue iniquità.

25Io, io cancello i tuoi misfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati».

 

Il Deutero-Isaia, per consolare gli ebrei esiliati a Babilonia, annuncia la liberazione ormai vicina e la paragona e contrap­pone all’esodo dall’Egitto. Come allora, il nuovo esodo manife­sterà la straordinaria potenza di JHWH[25] e siglerà l’inizio di un avvenire talmente diverso da oscurare e far dimenticare le meraviglie del passato.[26] Nella prospettiva del Deutero-Isaia questo oracolo si apre a dimensioni universali, come annuncio di sal­vezza per tutti i popoli.

Fare memoria di quanto Dio ha compiuto è importante, ma non basta, sarebbe un confinare Dio e la sua salvezza nel pas­sato. Bisogna avere occhi che sappiano vedere ciò che egli sta operando. La sua azione è come quella del seme che germoglia in maniera nascosta: «Faccio una cosa nuova: proprio ora ger­moglia, non ve ne accorgete?».[27] Bisogna avere occhi per vedere la salvezza del Signore in atto, solo allora può scaturire la lode autentica. Il profeta si premura di sottolineare che l’in­tervento salvifico del Signore non è la sua risposta alle invoca­zioni e ai sacrifici cultuali d’Israele. Il popolo non ha fatto e non fa nulla per obbedire al suo Dio, diventando una presenza mo­lesta e per nulla desiderabile. Ma l’intervento di Dio per il suo popolo ha come movente Dio stesso: «Io, io cancello i tuoi mi­sfatti per amore di me stesso, e non ricordo più i tuoi peccati».[28] Il fatto di vedere la salvezza del Signore e constatare il suo amore fedele deve portare il popolo a cambiare la sua condotta. Il perdono di Dio ha la forza di rinnovare il popolo peccatore: «Fammi ritornare e io ritornerò».[29]

La «cosa nuova», che Israele è invitato a contemplare, è l’ini­ziativa misericordiosa di Dio. Come la generazione dell’esodo aveva presto dimenticato gli impegni dell’alleanza, così gli ebrei dell’esilio si sono dimostrati incapaci di superare il loro atteg­giamento di ribellione a Dio,[30] ma il Signore concede sempre e nuovamente il perdono,[31] la sola forza veramente capace di orientare nuovamente i cuori sulla strada del ritorno a Dio.

 

Salmo responsoriale

 

Rinnovaci, Signore, con il tuo perdono.

Sal 40,2-5.10-11

Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
Il Signore veglierà su di lui,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà in preda ai nemici.

Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
tu lo assisti quando giace ammalato.
Io ho detto: «Pietà di me, Signore,
guariscimi: contro di te ho peccato».

Per la mia integrità tu mi sostieni
e mi fai stare alla tua presenza per sempre.
Sia benedetto il Signore, Dio d’Israele,
da sempre e per sempre. Amen, amen.

 

Il Salmo 40 è un salmo di fiducia ed esprime la preghiera di un uomo malato e perse­guitato. L’orante sa che Dio non abbandona chi è pietoso verso il prossimo,[32] e poiché ha avuto compassione del povero, può a sua volta invocare la pietà del Signore.[33] Il salmi­sta non ha dubbi sull’intervento di Dio. Dio non Lascia cadere il, suo fedele schiavo della sventura («lo libera»), si fa garante dei suoi diritti («veglierà»), gli dà il senso di un’esistenza signi­ficativa («lo farà vivere beato»), la sua protezione si estende ai rapporti sociali («non lo abbandona in preda ai nemici»), e nel momento della malattia non sparisce («lo sosterrà, lo assisterà»). Nel finale, perdonato e guarito, l’orante può gustare la gioia di sentirsi sempre alla presenza amica di Dio. Quel sempre un giorno acquisterà orizzonti nuovi e impensati.

 

Seconda lettura

 

Tutto in lui è stato “sì”

2Cor 1,18-22

Fratelli, 18Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è «sì» e «no». 19Il Figlio di Dio, Gesù Cristo, che abbiamo annunciato tra voi, io, Silvano e Ti­mòteo, non fu «sì» e «no», ma in lui vi fu il «sì».

20Infatti tutte le promesse di Dio in lui sono «sì». Per questo attraverso di lui sale a Dio il nostro «Amen» per la sua gloria.

21È Dio stesso che ci conferma, insieme a voi, in Cristo e ci ha conferito l’un­zione, 22ci ha impresso il sigillo e ci ha dato la caparra dello Spirito nei nostri cuori.

 

All’inizio della seconda lettera ai Corinzi si sente palpabile la tensione tra la comunità di Corinto e l’apostolo Paolo. A Co­rinto serpeggiavano contro Paolo accuse di insincerità e slealtà. Egli infatti aveva promesso di passare da Corinto nel suo viag­gio verso la Macedonia e poi di ripassarvi di nuovo prima di re­carsi in Giudea,[34] ma non ha mantenuto la promessa. In 2Cor 1,23-2,4, Paolo spiegherà il motivo, ma prima di farlo presenta i principi fondamentali che devono regolare la vita di ogni apo­stolo e di ogni cristiano.

Paolo comincia la sua difesa personale affermando: «Dio è testimone che la nostra parola verso di voi non è “sì” e “no”».[35] Se, come dicono i suoi avversari, egli avesse agito con dop­piezza o leggerezza, egli sarebbe stato l’uomo del “” e del “no”.[36] Proprio il contrario di quanto esige il Signore dai suoi di­scepoli: «Sia invece il vostro parlare: “Sì, sì”, “No, no”».[37] Il cristiano non può agire con insincerità ma, come per Cristo,oggetto della predicazione apostolica deve essere solo “”: «in lui infatti non fu “” e “no”, ma in lui vi fu il “”».[38] Lo di­mostra il fatto che tutte le promesse di Dio hanno trovato il loro compimento in Gesù, poiché egli ha sempre compiuto la volontà del Padre, e l’ha compiuta fino alla morte. Gesù Cristo è il “” definitivo a tutte le promesse fatte da Dio nel corso del­la storia. Di conseguenza anche la predicazione di Paolo, e dei suoi collaboratori Silvano e Timoteo, non è stata incerta o mute­vole, ma è stata fedele annuncio di quel “” fedele di Dio che in Cristo è divenuto realtà. Anche la loro preghiera a Dio per mez­zo di Cristo è un acclamare la sua fedeltà.[39]

Chi dà saldezza e solidità alla fede in Cristo, sia dell’apostolo che della sua comunità, è Dio stesso con il dono del suo Spirito. L’apostolo e la sua comunità camminano insieme con fermezza sulla strada del Signore Gesù. «Unzione, sigillo e caparra»[40] sono tre termini che richiamano l’ingresso del cristiano nel­la vita battesimale grazie al dono dello Spirito e la prospettiva della partecipazione alla gloria divina di cui lo Spirito è antici­po.

 

Vangelo

 

Ti sono perdonati i peccati

Mc 2,1-12

1Gesù entrò di nuovo a Cafàrnao, dopo alcuni giorni. Si seppe che era in casa 2e si radunarono tante persone che non vi era più posto neanche davanti alla porta; ed egli annunciava loro la Parola.

3Si recarono da lui portando un paralitico, sorretto da quattro persone. 4Non potendo però portarglielo innanzi, a causa della folla, scoperchiarono il tet­to nel punto dove egli si trovava e, fatta un’apertura, calarono la barella su cui era adagiato il paralitico. 5Gesù, vedendo la loro fede, disse al paralitico: «Fi­glio, ti sono perdonati i peccati».

6Erano seduti là alcuni scribi e pensavano in cuor loro: 7«Perché costui par­la così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». 8E subito Gesù, conoscendo nel suo spirito che così pensavano tra sé, disse loro: «Per­ché pensate queste cose nel vostro cuore? 9Che cosa è più facile: dire al para­litico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”? 10Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, 11dico a te – disse al paralitico –: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».

12Quello si alzò e subito prese la sua barella e sotto gli occhi di tutti se ne an­dò, e tutti si meravigliarono e lodavano Dio, dicendo: «Non abbiamo mai vi­sto nulla di simile!».

 

Nel primo capitolo di Marco abbiamo assistito ad una serie di fatti che hanno segnato un crescendo di interesse attorno alla persona di Gesù: dalla chiamata dei primi discepoli all’entusia­smo delle folle. Ma la gente si è fermata solo all’aspetto ester­no delle cose, non è andata al di là con lo sguardo della fede; la gente è ancora all’oscuro circa la realtà misteriosa della perso­na e dell’opera di Gesù. Con la guarigione di un paralitico, in­comincia una serie di cinque controversie, attraverso le quali si precisano due possibili prese di posizione rispetto a Gesù: l’o­stilità (impersonata nell’atteggiamento degli scribi e dei farisei) e la fede che permette di cogliere la vera identità del rabbì di Nàzareth.

Il miracolo della guarigione di un paralitico dà avvio alla pri­ma di queste controversie e segna un nuovo passo avanti nella rivelazione del mistero di Gesù. Il brano è composto di due par­ti:

a) il racconto della guarigione del paralitico;[41]

b) una discussione sul potere di rimettere i peccati incastonata nel racconto di miracolo.[42]

La guarigione del paralitico, mediante questa disposizione, serve da cornice per sottolineare l’effetto di sconcerto e scandalo che provano gli scribi davanti alla pretesa di Gesù di perdonare i peccati.

I portatori del paralitico arrivano alla casa dove Gesù sta parlando, ma si rendono conto che la gente è così numerosa che è impossibile fare breccia e arrivare a lui. Decidono allora di salire sul tetto e calare il paralitico dall’alto perché Gesù si impietosisca e lo guarisca. L’attenzione del lettore è orientata gradualmente verso Gesù, vero centro del racconto. Egli osser­va le azioni e gli atteggiamenti del malato e dei suoi portatori, e ne coglie la radice profonda: «Vista la loro fede».[43] Proprio per questo si interessa subito del malato chiamandolo «figlio», ma prima interviene a livello più profondo: «Ti sono perdonati i peccati».[44] Con queste parole, Gesù proclama apertamente uno degli aspetti fondamentali della sua missione e della sua persona: l’autorità di rimettere i peccati. È questo il vangelo di Gesù: il tempo presente è tempo di grazia, è opportunità di rico­minciare dopo che si è sperimentato l’errore, lo smarrimento, il peccato. L’esistenza non rimane così bloccata dal peccato e nel peccato.

Nessuno però aveva chiesto questo a Gesù, il paralitico gli era stato portato perché gli fosse restituita la possibilità di cam­minare. Gli scribi presenti pensano in cuor loro che Gesù stia bestemmiando, perché l’unico che può rimettere i peccati è so­lo Dio.[45] Ma Gesù intende farli riflettere proprio su questo. Con sorpresa di tutti risponde ai loro interrogativi pensati e non espressi, e mette allo scoperto i loro pensieri. Gesù pone aperta­mente un interrogativo: «Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Alzati, prendi la tua barella e cammina”?».[46] L’efficacia della parola di perdo­no dei peccati non è visibile e constatabile, e può sembrare co­sa facile, ma dire a un paralitico «àlzati e cammina» è un fatto che tutti possono verificare. Nel primo caso non avviene nulla di percepibile, ma nel secondo caso si può ben vedere quel che accade. La guarigione del paralitico diventa allora la prova tan­gibile che Gesù ha in sé un potere che viene dall’alto, un potere che gli permette di perdonare i peccati: «Perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra [...]: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua».[47]

L’intento dell’evangelista è quello di affermare che ciò che Gesù dice, accade. Come il paralitico in forza della parola di Gesù è guarito, così il peccatore in forza della stessa parola è perdonato. L’espressione «Figlio dell’uomo», che qui Marco usa per la prima volta, è presa dai testi apocalittici di Daniele.[48] Si tratta di un personaggio misterioso al quale viene dato il potere di giudicare le nazioni. Definendosi «Figlio dell’uomo», Gesù annuncia velatamente di essere proprio colui che verrà a compiere il giudizio alla fine dei tempi. Ma questo potere egli lo possiede fin d’ora e può disporne, anticipando sulla terra l’ora del giudizio. Tuttavia nel tempo presente, che è tempo di grazia e di misericordia, il Figlio dell’uomo si vale della sua autorità non per punire il peccato, ma per dare salvezza e perdono a chi crede in lui. Gesù non è venuto per condannare, ma per salvare e dare la vita per gli uomini.[49]

Marco chiude il racconto notando che, mentre gli scribi esco­no con un giudizio di condanna nei confronti di quest’uomo di Nàzareth che usurpa il potere divino di perdonare i peccati, la gente comincia a interrogarsi sulla sua identità, provocata dalla novità del suo agire: «Non abbiamo mai visto nulla di simile!».[50] È il primo passo verso la fede in Gesù.

Questa pagina evangelica dona la certezza che Dio offre sempre la possibilità di ricominciare la relazione con lui. Il pa­ralitico è un uomo che la malattia ha bloccato. La guarigione lo rimette in piedi, gli consente di riprendere la relazione con il mondo. Il peccato è una situazione che blocca l’uomo nelle ma­glie dell’egoismo, dell’orgoglio, della solitudine. Il perdono lo libera per nuove relazioni e nuovi progetti. Dio ha inviato Gesù a donare questo perdono. Il discepolo di Gesù è colui che gli ri­conosce tale autorità, ma c’è anche chi, fisso nelle sue consolida­te convinzioni, non è disposto a dargli credito e non è capace di cogliere la novità che è Gesù, e che egli manifesta con fatti con­creti ed evidenti, come la guarigione dal male fisico.

La vita è una bella avventura, anche perché è sempre possibi­le ogni mattino, aprendo gli occhi, dire: Oggi ricomincio. Poveri noi se certe esperienze negative fossero irreversibili! E invece si può buttarle dietro le spalle e dire: Questa sarà una giornata nuova, diversa. Ma, è veramente possibile ricominciare sempre? È possibile per chi si appoggia in Dio che ci dice: «Non ricorda­te più le cose passate, non pensate più alle cose antiche! Ecco, io faccio una cosa nuova».[51] Il suo perdono proietta in avanti, permette sempre di ricominciare. Nessun male e nessun peccato è irreparabile. Quello che Gesù ha detto al paralitico: «Ti sono perdonati i peccati», lo ripete a chiunque si accosti a lui con cuore pentito. Non è che con questo Dio chiuda gli occhi sulle nostre miserie, faccia finta di non vedere e ci lasci così come siamo. Con il perdono il Signore ci ricrea. Ci dà «un cuore nuo­vo e uno spirito nuovo»,[52] capace di trionfare sul male e di mantenerci nella sua amicizia. Questo non significa che fa tutto lui senza di noi. Anzi, senza la nostra collaborazione non ci può essere salvezza. Scrive infatti Sant’Agostino: «Dio che ti ha creato senza che tu lo voglia, non ti salva senza che tu lo voglia».

 

Preghiera conclusiva

Se te l’hanno portato, Gesù,

è perché da solo non avrebbe

mai potuto raggiungerti.

Ma si sono trovati davanti

un ulteriore ostacolo:

una folla che faceva ressa

e ostruiva ogni passaggio.

E tuttavia non si sono arresi.

Hanno scoperchiato il tetto,

te l’hanno calato davanti.

Gesti un po’ folli, ma dettati

dalla fede in te, nella tua parola

che guarisce da ogni male.

 

È proprio per questo che sono venuti:

perché tu gli restituisca l’uso delle gambe,

perché possa tornare a percorrere

le strade degli uomini.

Quello che tu solo vedi, però,

è un’altra debolezza cronica

che ha intaccato la vita del paralitico

e gli impedisce di camminare

per le vie di Dio,

le sole che portano alla vita.

Ecco perché cominci

col trasmettergli il perdono

e solo dopo ridoni ai suoi arti

la forza perduta.

 

In fondo è proprio per questo

che tu sei venuto in mezzo a noi:

per strapparci ad ogni paralisi

che ci impedisce di venirti incontro,

per liberarci da tutto ciò che blocca

il nostro corpo e il nostro spirito.

Amen.



[1] Cfr. Mc 2-3,6.

[2] Mc 2,6.

[3] Mc 2,16.

[4] Mc 3,6.

[5] Mc 2,10.

[6] Mc 2,17.

[7] Mc 2,19.

[8] Mc 2,28.

[9] Mc 2,2. Questo aspetto sarà ripreso e approfondito in Mc 3,31-35.

[10] Mc 2,4.

[11] Mc 2,5.

[12] Nedarim 41a.

[13] Mc 2,10.

[14] Cfr. Dn 7.

[15] Mc 2,11.

[16] Cfr. Rm 5,11.

[17] Cfr. Mt 8,10.

[18] Cfr. Mt 15,28.

[19] Es 15,26; Dt 32,39; Ger 30,17.

[20] Gen 50,2.

[21] At 3.

[22] At 5,15.

[23] At 19,12.

[24] Gv 9,1-4.

[25] Cfr. Is 43,12b-20, omessi dalla lettura di questa domenica.

[26] Is 43,18-19.

[27] Is 43,19.

[28] Is 43,25.

[29] Ger 31,18.

[30] Is 43,22.24b.

[31] Is 43,25.

[32] Sal 40,2-4.

[33] Sal 40,5.11.

[34] 2Cor 1,15-16.

[35] 2Cor 1,18.

[36] 2Cor 1,17.

[37] Mt 5,37.

[38] 2Cor 1,19.

[39] «Sale a Dio il nostro “Amen”», 2Cor 1,20.

[40] 2Cor 1,21.

[41] Mc 2,1-5.11-12.

[42] Mc 2,6-10.

[43] Mc 2,4.

[44] Mc 2,5.

[45] Mc 2,7.

[46] Mc 2,9.

[47] Mc 2,10-11.

[48] Dn 7.

[49] Cfr. Gv 12,47.

[50] Mc 2,12.

[51] Is 43,18-19.

[52] Ez 36,26.

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