19/02/2012
«Il Padre tuo ti ricompenserà»
Lectio Divina sul Vangelo di Matteo 6,1-18
«Il Padre tuo ti ricompenserà»
Benedetto sei tu, o Padre,
che in Cristo ci hai riconciliati
e hai liberato le nostre spalle
dal fardello del male che ci opprimeva.
La tua misericordia ha guarito le nostre ferite
il tuo perdono ci ha spalancato
la possibilità di una vita nuova
sul sentiero della fraternità,
nella fiducia e nella speranza.
Amen.
In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1«State attenti a non praticare la vostra giustizia davanti agli uomini per essere ammirati da loro, altrimenti non c’è ricompensa per voi presso il Padre vostro che è nei cieli. 2Dunque, quando fai l’elemosina, non suonare la tromba davanti a te, come fanno gli ipocriti nelle sinagoghe e nelle strade, per essere lodati dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 3Invece, mentre tu fai l’elemosina, non sappia la tua sinistra ciò che fa la tua destra, 4perché la tua elemosina resti nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà. 5E quando pregate, non siate simili agli ipocriti che, nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze, amano pregare stando ritti, per essere visti dalla gente. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 6Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera, chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà.
16E quando digiunate, non diventate malinconici come gli ipocriti, che assumono un’aria disfatta per far vedere agli altri che digiunano. In verità io vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa. 17Invece, quando tu digiuni, profùmati la testa e làvati il volto, 18perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo il Padre tuo, che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».[1]
Il brano ascoltato s’inserisce nell’ambito del più ampio “discorso della montagna”.[2] Dopo le “beatitudini”[3] e le “antitesi”,[4] viene il nostro insegnamento sull’elemosina e la preghiera,[5] quindi il Padre nostro[6]e infine l’insegnamento sul digiuno.[7]
Elemosina,[8] preghierae digiunosono atti religiosi comuni a tante culture religiose. La loro dimensione etica ed antropologica è evidente. L’elemosina tende a piegare il cuore di chi può contare su di una certa agiatezza e tranquillità verso coloro che hanno perso tutto o non hanno nulla; in tal modo si sottolinea anche la realtà di una certa “giustizia” ristabilita nel segno della comune dignità umana. La preghierapubblica è anch’essa un elemento distintivo di ogni fede religiosa; nel mondo antico possedeva anche un alto valore civile. Il digiuno, infine, assume varie connotazioni di ascesi: può essere sottolineatura di uno stato di penitenza, ma anche di purificazione e gioiosa offerta.
ØAnzitutto viene formulato il principio generale.
Con l’espressione «la vostra giustizia» (th.ndikaiosu,nhnu`mw/n) l’evangelista Matteo designa lo stile del comportamento cristiano. Infatti la precedente traduzione italiana[9] sostituiva «giustizia» con «buone opere», proprio con l’intento d’aiutarne la comprensione. Un analogo riferimento alla giustizia ritorna poi in un’espressione molto forte, che costituisce il cardine dell’intero discorso: «Se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli».[10] Resta comunque da capire che cosa intenda dire Gesù col verbo “superare” (perisseu,ein). Il significato non può essere certamente inteso in senso quantitativo e neppure nel senso moralistico di “giustizia migliore”.
Risulta pertanto che il riferimento debba essere la relazione con Dio: dal momento che nella valutazione del comportamento è fondamentale l’atteggiamento della persona, possiamo comprendere come la qualità della giustizia proposta da Gesù stia nella buona relazione con Dio, resa possibile proprio dall’intervento decisivo del Figlio. La nostra giustizia può superare quella dei farisei perché consiste nella relazione filiale con il Padre, che abbiamo ricevuto in dono. Perciò la radice di ogni opera buona non è la nostra capacità e bravura, perché spesso vi si nasconde orgoglio, presunzione ed autosufficienza; la fonte autentica del bene è piuttosto la buona relazione con il Padre.
Questa è dunque la «giustizia» di cui parla Gesù e che, in qualche modo, può essere detta la volontà del Padre, in quanto il suo progetto consiste nel rendere l’umanità partecipe della sua vita divina.
Una terza ricorrenza nel discorso della montagna contribuisce notevolmente a chiarire il significato. Gesù infatti esorta i discepoli a fare un’importante distinzione e a scegliere una direzione: «Cercate anzitutto il regno di Dio e la sua giustizia, e tutte queste cose vi saranno date in aggiunta».[11] Decisivo è il fatto di connettere la giustizia con il regno di Dio, per presentarne il modo ed il contenuto. Di fronte alle varie situazioni contingenti che possono preoccupare i discepoli, Gesù li esorta a non affannarsi per la propria vita, e per giustizia del regno intende la buona relazione personale con il Padre: il resto viene di conseguenza. Proprio perché Dio si rivela come vostro Padre, che conosce i vostri bisogni e vuole il vostro bene, voi che accogliete il dono della figliolanza potete non affannarvi, potete non essere preoccupati, potete cercare dell’altro.
Di preghiera, di elemosina e di digiuno, che sono i tre grandi pilastri della spiritualità giudaica, Gesù non parla molto, ma si limita ad offrire poche raccomandazioni, che si possono raccogliere attorno ad alcuni nuclei fondamentali.
ØPrimo nucleo.
Il primo nucleo è quello di evitare l’ipocrisia, cioè l’ostentazione. Praticando le opere religiose della preghiera, dell’elemosina e del digiuno, il fedele è tentato d’affidarsi alle proprie parole o alle proprie opere, facendo sussistere una sorta di tribuna pubblica, che deve approvare quanto egli dice e fa. Ecco allora le parole severe di Gesù contro la preghiera ipocrita,[12] contro il bisogno di far sapere agli altri il bene che si compie,[13] e contro l’ostentazione delle proprie pratiche ascetiche.[14] Certo, la figura degli ipocriti appare esagerata, e per il lettore d’oggi forse, più che il rischio di pregare o digiunare teatralmente vi è quello di non pregare affatto e di non compiere nessun’opera ascetica. Ma rimane vera la tentazione di fondo, che è quella di non mettersi sotto lo sguardo del Signore, ma d’accontentarsi dell’approvazione personale od altrui. E tutto ciò diventa una paralisi della vita realmente devota.
ØSecondo nucleo.
Un secondo nucleo sta nella raccomandazione che Gesù fa a proposito della perseveranza nelle opere di pietà, per trovare però non se stessi e il proprio io enfatico, ma la presenza del Padre, di Colui che vede nel segreto. Digiuno, elemosina, preghiera devono aiutare il credente a ritrovare i desideri più radicali della vita, quei desideri che prendono la figura del «cercare Dio».
Non si cerca però a tentoni, ma si aspira ad un incontro con Colui che è veramente Padre, e che conosce l’intimo più profondo della persona. Si comprende allora che la preghiera a furia di parole non ha senso, come neppure ha senso una mortificazione del corpo fine a se stessa, nonché il sottile compiacimento derivante dall’aiutare un altro facendo pesare però il proprio aiuto.
L’indice della verità di queste pratiche sta nella fiducia profonda riposta nel Padre. Da questa fiducia scaturisce anche quella costanza e quella perseveranza che sono necessarie a fare delle pratiche pie un vero abito interiore ed una vita virtuosa.
ØLa tesi principale.
Su ciascuno di questi singoli elementi potremmo scrivere e parlare a lungo. Per concentrarci sul passo matteano occorre però cercare di capire che senso abbia quella triade nell’ambito del giudaismo del tempo di Gesù. Quei tre elementi costituivano, di fatto, la spina dorsale della pietà israelitica. Tuttavia, prima di commentare specificamente elemosina, digiuno e preghiera dobbiamo notare che il v. 1funge da tesi principale.[15] Gesù invita ad evitare l’ostentazione (messa dal testo anche velatamente in ridicolo) tipica di una certa “teatralità” presente nelle religioni antiche e... non solo in quelle! Il contrasto tra interno/esterno[16] è qui esplicitato dalle espressioni «per esser visto»[17] e «in segreto». Il discepolo di Gesù è così messo in guardia da un comportamento “ipocrita”. Il vocabolo giustiziache incontriamo sempre al v. 1[18] sottolinea proprio la radice ebraica di questo insegnamento: la ṣedāqāh non è solo il fare cose secondo giustizia, ma è proprio l’essere trovato giusto davanti a Dio. Emerge così, dietro l’insegnamento contro l’ipocrisia, un altro insegnamento, quello sul rapporto, sulla relazione con Dio.
ØElemosina, preghiera, digiuno.
L’elemosina era un dovere sociale e religioso tenuto molto in conto nell’Antico Testamento;[19]si tratta di un atto di solidarietà e carità insieme: «Chi ha pietà del povero fa un prestito al Signore, che gli darà la sua ricompensa».[20] Nel giudaismo del tempo di Gesù l’elemosina era anche vista come occasione di perdono[21] ed anche d’espiazione dei peccati.[22] Gli stessi racconti rabbinici insistono sulla discrezione della carità.
Un uomo cieco disse a Rabbi Eliezer ben Jacob: «Tu sei stato buono con me, che sono visto e non vedo; possa Colui che vede senza essere visto ricambiarti questa bontà ed accordarti la sua grazia!».[23]Dunque siamo assai lontani da quel “suonare la tromba” messo così in ridicolo dal vangelo! A tal proposito sembra che nelle sinagoghe i contenitori per le elemosine fossero appunto a forma di tromba ed una campana annunciasse l’inizio delle collette.[24]Viene in mente come anche in tante nostre serate sociali o trasmissioni televisive di beneficenza, benché lo scopo sia positivo, emerga forse volentieri un desiderio d’apparire che contrasta con le situazioni di difficoltà alle quali rivolgiamo il nostro aiuto.
La preghieraera un’espressione eminente di tutto l’ebraismo. I salmi, gli inni, la preghiera quotidiana (lo shêmā’ Israēl) sono esempi bellissimi, tali da essere passati praticamente identici nel culto cristiano. Gesù dunque non condanna la preghiera in se stessa, neppure quella pubblica, ma ironizza sulla posa “teatrale”[25]di colui che prega. Tale situazione non era infrequente nel Vicino Oriente antico, dove la preghiera aveva anche questa dimensione pubblica. E tuttavia non è forse vero che pure molti nostri atti di preghiera comunitaria, che indulgono troppo a gestualità emotive o a barocchismi rituali fine a se stessi, rientrano in questa categoria? L’invito di Gesù ad «entrare nella camera» viene da Isaia.[26] Anche il profeta Eliseo «entrò, chiuse la porta... e pregò il Signore».[27]Il vangelo ci dice che non ci sono “pose” o posti privilegiati per la preghiera: ciò che conta è l’intimità con il Signore.
I versetti riguardanti il digiuno sono anch’essi carichi d’ironia. Ovviamente Gesù non condanna il digiuno come pratica religiosa; lui stesso lo ebbe a compiere nel deserto. Soprattutto il digiuno, proprio per il suo valore simbolico[28]può essere luogo per attirare l’attenzione e mettere in scena con finzione la propria “forza” e la propria “resistenza”, o la propria macerata tristezza. Una troppo ostentata resistenza al cibo coltiva inoltre delle dimensioni interiori di “onnipotenza”.[29]
ØIl “ritorno” ad una relazione con il Padre.
Il richiamo di fondo del vangelo in tutte e tre queste situazioni è dunque quello della relazione con il Padre. Senza di essa non c’è atto religioso che tenga: bene o male si cadrà nell’ostentazione o, peggio, nell’ipocrisia.
La giustizia proposta da Gesù è umile e nascosta, fondata sulla relazione dei figli col Padre: l’elemosina resti nel segreto, la preghiera sia fatta nella camera a porte chiuse, il digiuno sia accompagnato da volto gioioso e profumato. Ciò che conta infatti è la motivazione profonda e da questa deriva la ricompensa.
Con tale messaggio la Quaresima non si apre proponendoci le opere da fare, ma piuttosto lo stile fondamentale con cui siamo chiamati a fare ogni cosa. Il tema principale dunque è la riscoperta della nostra relazione autentica di figli col Padre.
Il principio formulato in Mt 6,1 evidenzia dunque come lo stile cristiano stia nella relazione con il Padre che è nei cieli, superando in modo deciso l’atteggiamento esibizionista di chi cerca l’ammirazione degli uomini. La ricompensa (misqo,j) è un concetto teologico importante in Matteo e deve essere svincolato dall’idea di paga o retribuzione: nell’annuncio evangelico infatti il premio è legato alla stessa persona di Dio e consiste nella possibilità di vivere pienamente con lui, come partecipazione alla vita del Figlio che ci rende figli, nel tempo e nell’eternità. Vivere da figli: questa è la nostra grande ricompensa dei discepoli cristiani!
Preghiera conclusiva
Signore Gesù, cominciamo
il percorso che ci condurrà
a celebrare la tua Pasqua
di morte e di risurrezione.
Di anno in anno tu ci offri
questo appuntamento di grazia
perché la nostra fede conosca
una nuova primavera,
noi veniamo rinnovati
nel profondo dell’esistenza
e ritroviamo un’armonia perduta.
Così tu ci indichi subito
con quali mezzi possiamo
guarire il nostro cuore
ed instaurare una relazione autentica
con noi stessi, con gli altri
e con il Padre tuo.
Attraverso l’elemosina
tu apri la nostra vita
alla compassione e alla solidarietà
e la liberi da un inguaribile egoismo
che la soffoca e la rende sterile.
Con la preghiera tu ci inviti
a ristabilire il rapporto con il Padre,
appannato dalla nostra negligenza,
offuscato da numerose infedeltà.
Con il digiuno tu ci chiedi
di guarire lo spirito
partendo dal nostro corpo,
di avvertire fame di tutto ciò
che conta veramente.
E perché ogni strumento
si riveli efficace
Tu ci domandi di agire
senza alcuna ostentazione.
Amen.
11:34 Scritto da: donulderico in Lectio Divina - Don Ulderico Ceroni | Link permanente | Commenti (0) | Segnala | OKNOtizie |
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