19/02/2012

La scelta del Messia

La scelta del Messia

 

I Domenica di Quaresima “B

 

26 febbraio 2012

 

«Lo Spirito sospinse Gesù nel deserto e nel deserto rimase quaranta giorni…» (Mc 1,12s.)

 

Le letture

 

·      Prima lettura: Gen 9,8-15;

·      Salmo responsoriale:Sal 24,4-9;

·      Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.

·      Seconda lettura: 1Pt 3,18-22;

·      Vangelo: Mc 1,12-15.

 

Ogni anno, all’inizio della Quaresima, lo Spirito Santo sospinge la co­munità dei credenti nel deserto per intraprendere un cammino di conversione, maturare una più profonda consapevolezza di fede e giungere così a cele­brare la santa Pasqua con una maggiore purezza di spirito. «Tu riapri alla tua Chiesa – leggiamo nel Prefazio V del tempo quare­simale – la strada dell’esodo at­traverso il deserto quaresimale, perché ai piedi della santa montagna, con il cuore contrito e umiliato, prenda coscienza della sua vocazione di popolo dell’alleanza, convocato per la tua lode nell’ascolto della tua parola e nell’esperienza gioiosa dei tuoi prodigi». Quel «Tu ria­pri» caratterizza questo tempo come dono di salvezza che si rinnova nell’oggi della liturgia. Davanti a noi sta il Cristo, che come nuovo Mosè ci conduce, attraverso il deserto della pro­va, al nuovo Sinai, quello dove è stata eretta la croce e sigillato, nel sangue, il patto dell’eterna alleanza. È Cristo, morto e risor­to, a fare di tutti noi il popolo sacerdotale, profetico e regale, acquistato per proclamare le opere meravigliose di lui, che ci ha tratti dalle tenebre alla sua ammirabile luce.[1] Questo itinerario procede di tappa in tappa; ogni domenica ne è come una pietra miliare. Noi privilegeremo i Vangeli di queste cinque domeniche fa­cendo emergere da ognuno di essi un simbolo o un segno che illumini il nostro itinerario di fe­de fino a vivere pienamente in Cristo la vittoria sul peccato e sulla morte; vittoria che ha inaugurato, in quel primo matti­no pasquale, la nuova creazione e i tempi della salvezza.

 

Ø«Cacciato» nel deserto.

Dopo il battesimo al Giorda­no,[2] Gesù entra nel deserto: «Immediatamente (kai. euvqu,j) lo Spirito lo spinse/lo cacciò nel deserto».[3] All’avverbio «immediatamente» segue un verbo greco,ekba,llein, che pos­siamo rendere anche con «cac­ciare». Per alcuni esegeti, Marco rimanderebbe qui il suo lettore all’esperienza di Adamo caccia­to dall’Eden.[4] Gesù è il nuovo Adamo? È un fatto che Marco parta dai primordi della Storia della salvezza per saldare il primo anello, Adamo, con l’ultimo, Gesù, che figura come la vera discendenza della donna che schiaccerà la testa del serpente.[5] Ma dove è spinto/cacciato Gesù? Nel deserto. Questo spazio, chiaramente, non è tanto geografico quanto teologico, interiore, e simbolico. È pure uno spa­zio abitato da Satana, dalle bestie e dagli angeli.

Il deserto, nella Scrittura, è l’anti-creazione, il ritorno alca,oj di contro al ko,smoj (armonia, bellezza). È una terra che porta i segni del peccato tanto da popolarsi di spiriti immondi e fiere di ogni specie.[6] Ma nell’immagine del deserto noi possia­mo anche cogliere la società giudaica dove Gesù ha vissuto ed annunciato il Regno di Dio fino alla sua morte e ri­surrezione. Il significato dei quaranta giorni va in questa direzione. I quaran­ta giorni significano infatti la durata della sua vita. Se è vero che il deser­to rappresenta la società dove Gesù vive e muore (e tra poco esplicitere­mo i criteri che regolano questo mon­do), non meraviglia che egli abbia sempre tenuto un atteggiamento, nei suoi confronti, «separato» (soprattut­to nel campo dei valori). Difatti, Gesù non ha mai condiviso i falsi ideali del suo tempo e mai si è integrato in un sistema ingiusto e oppressore. Se lo Spirito lo spinge dentro quel mondo, egli manterrà sempre una totale rot­tura con le sue logiche e i suoi ordina­menti.

 

ØTentato da Satana.

Marco sottolinea che Gesù è ri­masto in quel contesto «tentato da Satana».[7] Satana rappresenta la logica antimessianica che conti­nuamente metterà alla prova Gesù. Pietro stesso, uno dei Dodici, sarà apostrofato come un «satana» perché contrario alla modalità messianica del Maestro.[8] Satana è perciò l’avversario, l’antitesi al Vange­lo di Dio, l’idolo del potere che vive e si afferma tramite la forza, la menzo­gna e l’ingiustizia. La tentazione a cui Gesù è stato sottoposto, oltre quan­to detto sopra, si articola sostanzial­mente in tre ambiti. Il primo è quello dell’amore di sé. Non a caso, al termi­ne della giornata di Cafarnao, i disce­poli dicono a Gesù: «Tutti ti cercano».[9] Gesù ribatte: «Andiamo al­trove».[10] Nel suo operare Ge­sù si è sempre orientato a Dio, mai cercando se stesso o la propria affer­mazione. Il secondo ambito verte sul­la modalità di instaurare il Regno. Quale via percorrere, quella del pote­re (più facile) o quella del servizio (più costosa)? Questa tentazione appare in particolare dopo la moltiplicazione dei pani, dove Gesù costringe i disce­poli a salire in barca e precederlo a Betsàida. Giovanni afferma che vole­vano farlo re.[11] II terzo am­bito verte sul potere religioso, dove l’uomo cerca di piegare Dio alla pro­pria volontà, più che di aderire alla sua Parola. Gesù sarà tentato in que­sto nell’orto degli ulivi.[12] Ma da questa esperienza uscirà vinci­tore e pronto ad assumere la sua passione e morte.

 

ØCon le bestie selvatiche e gli angeli.

Accanto a Satana abbiamo poi le fiere o bestie selvatiche. In Daniele 7 rappresentano i po­teri dominanti, i circoli d’interesse che esistevano e prospe­ravano anche dentro il contesto so­ciale di Gesù. L’ideologia del potere (Satana) si prefigge di persuadere Cri­sto alla sua logica; questa ha poi i suoi partigiani (le fiere), i quali, di fronte al­la minaccia che Gesù costituisce per loro, pensano di eliminarlo.[13] Con Gesù ci sono però anche gli «angeli». Costoro rappresentano quanti hanno dato a lui la loro ade­sione. Marco dice che questi «lo ser­vivano».[14] Il verbo «servire» (diakonei/n) ritorna altre tre volte nel Vangelo marciano. Due volte riferito alle donne che servono,[15] e una volta in riferimento a Ge­sù, venuto non per essere servito ma per servire.[16] Ad un’autori­tà che vuole dominare, Gesù antepo­ne un’autorità che libera.

In questo orizzonte, l’invito di Ge­sù è chiaro e conseguente: bisogna convertirsi e credere. In una parola: entrare nell’ottica evangelica (quella di Dio). La conversione, allora, non in­clude solo l’aspetto morale (diventare migliori) ma anche quello teologico (in quale Dio credo?) e non da ultimo anche quello antropologico (come imposto la mia vita: potere o servizio?).

 

Interpretare i Testi

 

Prima lettura

 

L’alleanza fra Dio e Noè

Gen 9,8-15

8Dio disse a Noè e ai suoi figli con lui: 9«Quanto a me, ecco io stabilisco la mia alleanza con voi e con i vostri discendenti dopo di voi, 10con ogni essere vi­vente che è con voi, uccelli, bestiame e animali selvatici, con tutti gli animali che sono usciti dall’arca, con tutti gli animali della terra. 11Io stabilisco la mia alleanza con voi: non sarà più distrutta alcuna carne dalle acque del diluvio, né il diluvio devasterà più la terra».

12Dio disse: «Questo è il segno dell’alleanza, che io pongo tra me e voi e ogni essere vivente che è con voi, per tutte le generazioni future. 13Pongo il mio ar­co sulle nubi, perché sia il segno dell’alleanza tra me e la terra. 14Quando am­masserò le nubi sulla terra e apparirà l’arco sulle nubi, 15ricorderò la mia al­leanza che è tra me e voi e ogni essere che vive in ogni carne, e non ci saranno più le acque per il diluvio, per distruggere ogni carne».

 

La prima tappa della storia di salvezza che le letture anti­cotestamentarie ci propongono quest’anno è tratta dal grande racconto del diluvio,[17] che costituisce il centro della co­siddetta «eziologia metastorica».[18] I primi undici capitoli della Genesi costituiscono una realtà letteraria e teologica particolare, che possiamo definire «miti storico-sapienziali»: costituiscono il quadro ideale che spiega le vicende narrate dal seguito dei libri.

L’intento fondamentale delle tradizioni sul diluvio è decisa­mente teologico: l’introduzione al diluvio[19] lo spiega come punizione del peccato, giacché la forma mentis dell’uomo è so­lo e sempre male; ma Noè trovò grazia! Il racconto vero e pro­prio[20] intende soprattutto mostrare che Dio salva dal diluvio: dopo la giustizia usa la misericordia, come per l’esilio d’Israele. Inoltre, il vertice conclusivo del racconto[21] so­stiene l’irripetibilità del diluvio, anche se la situazione del cuore umano è come prima. Eppure qualcosa è cambiato: è Dio che “cambia” metodo, promettendo il proprio favore in modo uni­laterale all’umanità e all’universo.[22] Segno di questa al­leanza cosmica è l’arcobaleno: finite le ostilità fra l’uomo e Dio, dopo la tempesta, torna il sereno!

Il brano liturgico[23] sceglie questo aspetto e ripor­ta il discorso diretto con cui la tradizione sacerdotale (P) presenta l’impegno di Dio nei confronti dell’uomo, salvato dal diluvio. Tale impegno è espresso con il termine tecnico “alleanza” (berît). È im­portante notare che in questo racconto primordiale il popolo ebraico non esiste ancora, dal momento che Noè rappresenta l’umanità in genere: perciò l’alleanza divina è offerta a tutto il genere umano. Inoltre non si tratta di un contratto bilaterale, ma di una promessa unilaterale: Dio si impegna solennemente a non distruggere più la terra. Ecco a che cosa è servito il diluvio: a far percepire che il progetto divino è orientato alla vita e non alla morte. Quindi la strada che Dio sceglie per far cambiare l’u­manità peccatrice non è quella di distruggerla.

Il poeta ha interpretato l’affascinante fenomeno dell’arco­baleno come segno cosmico di tale alleanza universale, visibile da chiunque: quando le nuvole si aprono e, passata la tempesta, il cielo si rasserena, compare il segno celeste della pace divina. Per gli antichi la forma ad arco richiamava un’arma e perciò il teologo la intende come l’arma divina deposta definitivamen­te. Come dire: Dio non combatte più; anzi ha volto contro di sé l’arma. La grande intuizione teologica sta proprio qui: Dio è a favore dell’uomo e il suo impegno fondamentale è a vantag­gio della nostra esistenza. Nella pienezza dei tempi la nuova ed eterna alleanza si realizzerà proprio nel dono totale di sé, quan­do Dio in persona offrirà la propria vita, facendosi vittima della violenza perché ne abbiano un vantaggio tutti gli uomini, vio­lenti e violentatori.

 

Salmo responsoriale       

 

Tutti i sentieri del Signore sono amore e fedeltà.

Sal 24,4-9

Fammi conoscere, Signore, le tue vie,
insegnami i tuoi sentieri.
Guidami nella tua fedeltà e istruiscimi,
perché sei tu il Dio della mia salvezza.

Ricòrdati, Signore, della tua misericordia
e del tuo amore, che è da sempre.
Ricòrdati di me nella tua misericordia,
per la tua bontà, Signore.

Buono e retto è il Signore,
indica ai peccatori la via giusta;
guida i poveri secondo giustizia,
insegna ai poveri la sua via.

 

Il Salmo 24(25) è una supplica individuale, con acrostico alfabetico imperfetto ed alcuni motivi sapienziali che esprimono fiducia: da esso la litur­gia trae alcuni versetti per la preghiera comune. Il filo condutto­re della scelta liturgica è il desiderio di essere istruiti da Dio: la fiducia dell’orante è espressa dalla formula del salmo, che iden­tifica il metodo divino (= le sue vie) con l’amore e la fedeltà. Il criterio seguito da Gesù per la sua scelta è stato proprio questo.

L’ardente desiderio del saggio autore è conoscere la via di Dio. Il Signore infatti è proposto come il maestro che deve inse­gnare la sua mentalità a noi, suoi discepoli. Si sottolinea la di­stanza fra i due: egli è sapiente, noi siamo stolti; egli è retto, noi siamo peccatori; egli e veritiero, noi siamo falsi. Eppure si ribadi­sce il necessario collegamento: egli è il salvatore e noi abbiamo bisogno di essere salvati.

Nella prospettiva del diluvio, il salmo viene interpretato come rivelazione del progetto divino a favore dell’uomo (amore) e per­manente nel tempo (fedeltà): l’impegno assunto fin dalle origini Dio lo mantiene e in Gesù Cristo lo realizza in pienezza.

 

Seconda lettura

 

L’acqua del battesimo salva anche noi

1Pt 3,18-22

Carissimi, 18Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio; messo a morte nel corpo, ma reso vivo nel­lo spirito. 19E nello spirito andò a portare l’annuncio anche alle anime pri­gioniere, 20che un tempo avevano rifiutato di credere, quando Dio, nella sua magnanimità, pazientava nei giorni di Noè, mentre si fabbricava l’arca, nel­la quale poche persone, otto in tutto, furono salvate per mezzo dell’acqua.

21Quest’acqua, come immagine del battesimo, ora salva anche voi; non porta via la sporcizia del corpo, ma è invocazione di salvezza rivolta a Dio da parte di una buona coscienza, in virtù della risurrezione di Gesù Cristo. 22Egli è alla destra di Dio, dopo essere salito al cielo e aver ottenuto la sovranità sugli an­geli, i Principati e le Potenze.

 

Il racconto del diluvio è stato ripreso nella tradizione cristia­na come una grande immagine battesimale: così ci insegna la ca­techesi desunta dalla prima Petri,[24] che si potrebbe inserire idealmente nella vita della prima comunità cristiana come strumento di preparazione e di celebrazione del battesimo o anche come esortazione post-battesimale ad un impe­gno di vita coerente con la grazia ricevuta. Parlando del mistero pasquale di Cristo, «messo a morte nella carne, ma reso vivo nello spirito», l’apostolo arriva a formulare la simbologia del diluvio.

Il Cristo è l’unico «giusto», morto al posto e a favore degli «ingiusti», al fine di ricondurre l’umanità intera a Dio. Con l’im­magine della discesa agli inferi, inoltre, l’autore mostra il Cristo che – nel mondo dei morti – raggiunge i contemporanei di Noè, i quali allora avevano rifiutato la possibilità di salvezza. Quel­lo che non era riuscito alle origini, si realizza nella pienezza dei tempi: il Cristo risorto è andato a recuperare l’umanità naufra­gata nel diluvio. Perciò la figura dell’arca, segno di salvezza at­traverso le acque, si compie nell’acqua battesimale, capace di realizzare pienamente il progetto benevolo di Dio verso l’uomo.

L’immersione battesimale però, precisa san Pietro, non è un bagno per la pulizia del corpo, bensì l’invocazione di salvezza: chi accetta d’immergersi, riconosce cioè di avere l’acqua alla gola ed invoca da Dio la salvezza. In forza della risurrezione di Cristo quindi può riemergere: attraverso l’acqua muore l’uomo vecchio, come il diluvio era stato segno di distruzione per l’uma­nità rovinata; attraverso l’acqua risorge in novità di vita l’uma­nità, salvata dal naufragio esistenziale.

 

Vangelo

 

Gesù, tentato da Satana, è servito dagli angeli

Mc 1,12-15

In quel tempo, 12lo Spirito sospinse Gesù nel deserto 13e nel deserto rimase quaranta giorni, tentato da Satana. Stava con le bestie selvatiche e gli angeli lo servivano. 14Dopo che Giovanni fu arrestato, Gesù andò nella Galilea, pro­clamando il vangelo di Dio, e diceva: 15«Il tempo è compiuto e il regno di Dio è vicino; convertitevi e credete nel Vangelo».

 

Il racconto delle tentazioni ha conosciuto un particolare am­pliamento didascalico nella tradizione da cui dipendono Matteo e Luca (la cosiddetta fonte Q); in Marco invece è conservata solo una scarna notizia del fatto. Perciò il brano evangelico pro­posto in questa domenica è estremamente ridotto. Sarà oppor­tuno comunque rimanere fedeli al testo del secondo evangelista e non cedere alla tentazione di commentare la versione più nota degli altri due. Per dare maggior respiro alla brevissima peri­cope delle tentazioni,[25] il brano liturgico propone anche i due versetti seguenti[26]che presentano l’inizio della predicazione di Gesù in Galilea.

 

ØGesù deve scegliere.

Immediatamente dopo il brano del bat­tesimo di Gesù[27] Marco colloca l’accenno alle tenta­zioni.[28] Con questo vuol dire che, dopo l’investitura ufficiale a Messia, la prima azione di Gesù è compiuta dallo Spi­rito Santo che ha preso a guidarlo: «Lo Spirito lo sospinse nel deserto». L’evangelista adopera un verbo quasi violento: evkba,llei è un presente storico, daevk-ba,llw(= “gettare fuori”), e indica l’azione di spingere qualcuno fuori da un ambiente. Con forza cioè lo Spirito Santo lo tirò fuori dalla folla che circondava il Battista, per spingerlo nella solitudine del deserto, luogo tipico della prova e della verifica. L’evangelista vuole così sottolineare che a tale azione spirituale Gesù fu docile.

Possiamo chiarire l’espressione dicendo che Gesù si lasciò guidare dallo Spirito nel momento cruciale della riflessione e della decisione: la rivelazione del Giordano l’ha presentato co­me il Messia, ma non era così scontato e sicuro capire chi fosse il Messia, che cosa dovesse fare e come dovesse farlo. Gesù deve scegliere. E vuole scegliere secondo la volontà di Dio.

Marco non esplicita le tentazioni di Gesù; ma trasmette solo la notizia del ritiro di Gesù nel deserto e la presentazione del fatto che è stato tentato. Durante tutta la sua vita si è ripetuta­mente posto il problema della sua messianicità: la gente che lo ascolta e lo applaude ha tante idee diverse del Messia, ognuno vorrebbe che Gesù corrispondesse alla propria; i suoi stessi di­scepoli hanno consigli da dargli e proposte alternative; di fron­te all’annuncio della passione, Pietro lo prende in disparte e lo rimprovera; fino all’ultima tentazione sulla croce, quando molti gli gridano: «Salva te stesso scendendo dalla croce!».[29] Durante tutta la sua vita Gesù è stato tentato di scegliere altre strade e altri modi.

La prima parte del Vangelo secondo Marco inizia con la noti­zia della tentazione di Gesù da parte di Satana; ma anche la seconda parte del Vangelo inizia pure con una scena di tentazione, ovvero di proposta alternativa, proprio da parte del discepolo che lo ha riconosciuto come il Cristo. A lui e a tutti Gesù ripe­te con decisione: «Va’ dietro a me, Satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini».[30] Nel primo caso Marco non precisa quali siano state le tentazioni proposte da Satana, ma le esemplifica proprio nel secondo caso, di fronte al discepolo tentatore, a cui ripete «Vade retro!», cioè «Mettiti die­tro a me e seguimi! Le tue scelte siano sempre simili alle mie». Marco intende evidenziare proprio questo: il discepolo è colui che deve seguire Gesù, concretamente, nelle scelte di vita. Ep­pure al discepolo la strada del Messia debole e povero, scelta dal Maestro, può non sembrare buona e perciò gli si oppone: in tal modo diventa egli stesso un «satana».

Nella lingua ebraica il vocabolo satán è nome comune ed in­dica anzitutto una funzione giudiziaria, quella che definiamo «pubblico ministero», ovvero l’accusatore. Tale figura compa­re nel prologo narrativo al poema di Giobbe e svolge appun­to il ruolo critico di chi mette in evidenza i limiti e le possibili distorsioni. Con la maturazione teologica della demonologia, il titolo di satana è stato attribuito, soprattutto nella corrente apocalittica, agli angeli ribelli e caduti, riconoscendo in essi un atteggiamento di opposizione e boicottaggio rispetto al proget­to divino. In greco fu tradotto con il termine dia,boloj, che ha lo stesso significato: composto dal verbo ba,llw(= “gettare”) e dalla preposizione dia.(= attraverso) designa visivamente colui che s’intromette, cioè mette i bastoni fra le ruote, ostacola il cam­mino ed intende far cadere. In genere viene usato con l’articolo determinativo e così capita anche in Mc 1,13 che conserva la forma semitica (o` sata/n), mentre il testo parallelo degli altri Si­nottici impiega la traduzione greca (o` dia,boloj). Ben diverso è il termine demóne o demonio, che designa invece una realtà so­vrumana e di natura diversa rispetto all’umanità. Perciò anche un uomo, addirittura un discepolo di Gesù, può essere chiamato «diavolo», in quanto impedisce il cammino messianico, ne in­tralcia la via e s’oppone alle sue scelte.

Nella breve notizia riportata da Marco si conserva il parti­colare dei quaranta giorni di soggiorno nel deserto,[31]nonché la nota finale che presenta gli angeli al servizio di Gesù.[32] Invece una caratteristica originale del se­condo evangelista è il ricordo della compagnia delle fiere. Que­sto particolare può essere una semplice nota pittoresca per evi­denziare la solitudine in cui Gesù ha trascorso quei giorni; ma forse è meglio vedervi un’allusione teologica allo stato originale di Adamo e alla situazione dell’uomo fedele che viene protet­to e guidato da Dio, come canta il Salmo 90: «Egli darà ordine ai suoi angeli di custodirti in tutti i tuoi passi. Sulle loro mani ti porteranno perché non inciampi nella pietra il tuo piede. Cam­minerai su aspidi e vipere, schiaccerai leoni e draghi».[33] Il termine qhri,on (= “bestia”) indica gli animali selvatici, ma soprattutto quelli feroci e pericolosi per l’uomo: la terminolo­gia è usata soprattutto dall’apocalittica per presentare le figure simboliche del male, proprio partendo dalle immagini del salmo (“aspidi e vipere, … leoni e draghi”). Pur essendo in mezzo a serpenti e scorpioni, Gesù non ne è danneggiato. Anzi gli angeli di Dio si mettono al suo servizio. In tal modo simbolico l’evangelista intende presentare il Messia Gesù come l’uomo veramente fe­dele, in grado d’insegnare ad ogni uomo la via della fede e la scelta corretta.

 

ØL’annuncio iniziale di Gesù.

Subito dopo il periodo delle scelte nel deserto, Marco presenta l’inizio dell’attività di Ge­sù in Galilea, mettendo in relazione la sua opera con quella di Giovanni: il Cristo infatti inizia a predicare solo dopo che il Bat­tista «è stato consegnato».[34] È un indizio importante che adopera un verbo significativo: infatti il verbo «consegnare» (paradi,domi) dice di più del semplice «arrestare». Al di là dei fatti di cronaca, l’evangelista intravede nella vicenda di Giovan­ni e nel suo rapporto con Gesù un progetto divino: la “consegna” del Battista infatti, espressa con un verbo al passivo, richiama un’azione divina ed una disponibilità umana al dono di sé; anti­cipa inoltre quello che sarà l’atteggiamento del Messia Gesù ed il compimento del suo ministero,[35] nonché la condizione anche dei suoi futuri discepoli.[36] Fin dall’inizio, dunque, vien detto come finirà: e non si tratta di un caso, ma di una scelta consapevole. Proprio nel momento in cui il Battista è costretto a smettere la sua predica­zione e a subire umanamente un fallimento, Gesù dà inizio alla sua opera, realizzando quello che il Precursore aveva anticipato.

L’evangelista presenta in modo sintetico l’opera di Gesù co­me predicazione: prima di mostrare il suo “fare”, Marco eviden­zia il messaggio di Gesù. Il verbo adoperato (khru,ssw) è quello tecnico per indicare l’annuncio cristiano e l’oggetto annunciato è proprio il «vangelo» (euvaggh,ion) con la precisazione che è «di Dio». Così Gesù stesso viene segnalato come l’iniziatore di quel grandioso processo storico che è la trasmissione dell’evan­gelo: egli proclama in modo solenne ed ufficiale la bella notizia che riguarda Dio.

L’espressione sintetica che riassume il contenuto della sua missione comprende quattro frasi: due enunciano affermativa­mente un fatto e due comandano un atteggiamento. Anzitutto viene proclamato ciò che Dio fa: questa è la bella notizia. Poi viene chiarito il comportamento da tenere da parte dell’umani­tà di fronte a questo straordinario evento. Parafrasando la for­mula evangelica con un linguaggio corrente, potremmo rendere così il kh,rugmadi Gesù: «Ci siamo, questo è il momento buono: il Signore onnipotente, re del cielo e della terra, è qui e intervie­ne adesso nella vostra vita. Di conseguenza, vi esorto a cambia­re mentalità e ad accogliere con fiducia questa bella notizia».

Prima di tutto Gesù annuncia il compimento del tempo. Il termine grecokairo,j non esprime il tempo nella sua durata mi­surabile dal calendario (questo è detto concro,noj), ma indica l’occasione buona, il momento favorevole per fare una cosa. Perciò l’annuncio di Gesù riguarda la presenza di un’occasione eccezionale: egli non propone una teoria generale sulla morale, ma annuncia un avvenimento che cambia la condizione degli uomini e chiede loro di prendere una decisione.

L’evento fondamentale concerne l’intervento di Dio, a lungo aspettato ed invocato: l’attesa d’Israele sta per essere soddisfat­ta. Il re atteso è Dio stesso che inaugura il Regno con la presen­za e l’opera di Gesù. La forma verbale «si è avvicinato» (h;ggi­ken) non significa che è un po’ più vicino di prima, ma afferma che è proprio qui, è arrivato, ci siamo! Lo stesso verbo ritorna ancora sulle labbra di Gesù, quando nel Gethsèmani sveglia gli apostoli per dire loro che il traditore «è qui»[37] e, men­tre ancora sta parlando, Giuda gli si accosta. Dunque Gesù dice che «il regno di Dio è qui!»: finalmente Dio interviene per pren­dere in mano la sorte del mondo e cambiarla. E nella persona stessa di Gesù Dio è all’opera per cambiare il mondo.

Questa è la bella notizia! Di fronte ad essa ognuno deve cam­biare mentalità, fidarsi di questa parola e accoglierla con entu­siasmo. Ecco i due atteggiamenti richiesti, tipici per delineare anche il nostro percorso di quaresima. Il verbo «metanoei/te» (tradotto: “convertitevi”) esprime il cambiamento di mentalità, cioè un radicale capovolgimento del proprio modo di pensare e di vedere la realtà; mentre l’imperativo «pisteu,ete» (= “credete”) esprime l’atteggiamento di fiducia che viene riservata alla pro­posta di salvezza avanzata da Gesù. Nella sua stessa persona il discepolo la riconosce e l’accoglie.

 

Preghiera conclusiva

La tua missione è appena iniziata, Gesù,

e lo Spirito ti spinge nel deserto

perché tu sia messo alla prova

e conosca il tempo oscuro della tentazione.

Sei un uomo, come ognuno di noi,

e quindi devi fare i conti

con tutto ciò che ostacola

la fedeltà al progetto di Dio.

 

Il compito che ti è affidato non è facile:

annuncerai un Dio che si fa vicino

per liberare l’uomo dal potere del male,

un Dio disposto a lottare a mani nude

contro la cattiveria e l’egoismo,

un Dio pronto a scontrarsi

con le malattie e la morte.

 

Porterai una Buona Notizia

che può trasformare la vita,

ma solo se si è disposti

ad imboccare con risolutezza

una strada nuova

e a lasciarsi guidare

dalla tua parola.

 

Chiederai di riporre in te

una fiducia totale, a tutta prova,

quella fiducia che tu, per primo,

sei chiamato a vivere

nei confronti del Padre tuo.

 

Luogo di prova, il deserto

porta allo scoperto

il legame tenace che ti unisce al Padre,

quell’amore che guiderà ogni tuo passo,

quell’obbedienza filiale

che ti renderà vittorioso su Satana.

Amen.



[1] Cfr. 1Pt 2,9.

[2] Mc 1,9-11.

[3] Mc 1,12, mia traduzione.

[4] Cfr. Gen 3,24.

[5]Cfr. Gen 3,15.

[6]Cfr. Is 6,11ss.

[7]Mc 1,13.

[8]Cfr. Mc 8,33.

[9] Mc 1,37.

[10] Mc 1,38.

[11] Cfr. Gv 6,15.

[12] Cfr. Mc 14,32 ss.

[13]Cfr. Mc 3,6.

[14]Mc 1,13.

[15]Cfr. Mc 1,31; 15,41.

[16]Cfr. Mc 10,45.

[17]Gen 6-9.

[18]Gen 1-11.

[19]Gen 6,5-8.

[20]Gen 6,9-8,20.

[21]Gen 8,21-22.

[22]Gen 9,1-19.

[23]Gen 9,8-15.

[24]1Pt 3,18-22.

[25]Mc 1,12-13.

[26]Mc 1,14-15.

[27] Mc 1,9-11.

[28] Mc 1,12-13.

[29]Mc 15,30.

[30]Mc 8,33.

[31]Cfr. Mt 4,2; Lc 4,2.

[32]Cfr. Mt 4,11.

[33]Sal 90,11-­13.

[34]Mc 1,14.

[35]Cfr. Mc 9,31; 10,33; 14,18.41.

[36]Cfr. Mc 13,9.11.12.

[37] Mc 14,42.

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